IL GENIO DELLA LAMPADA SI RIFIUTA DI ESAUDIRE I DESIDERI DI UN RACCOMANDATO   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 71]

IL GENIO DELLA LAMPADA SI RIFIUTA DI ESAUDIRE I DESIDERI DI UN RACCOMANDATO   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 71]

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FEATURED  IMAGE 

DI

WALTER  GALASSO 

[CON  IA]

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Academy  Roma  Campo  de’  Fiori

II
Athenaeum
SUPERCLUSTER  DI  GALASSIE  LIT

2
RACCONTI

[FAVOLA]


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RUGGITO  DI  LEO  TIGRE

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DI WALTER GALASSO

   Un notevole nervosismo fluisce, come un isterico fiume in piena, dentro Rocco Partifilo, impiegato travet. Il metaforico corso d’acqua (inquinata) è un interiore nemico che lavora con indefessa lena, sfiorando il masochismo come minimo in un migliaio di frangenti ogni santo giorno.
   Ma questo malessere, verrebbe da chiedersi per il bene della tapina vittima, non sciopera mai? E che cosa!, ‘sto stacanovismo non ci voleva nella mezzamanica. L’uomo, crescendo, invece di migliorare a livello psicologico, facendo tesoro della Maestra chiamata Esperienza, è peggiorato e peggiora. Il suo cervello ha una forza così sottile da essere più magra del pronome “Io”. Se la prende per un nonnulla, trasforma bazzecole in drammi Everest, è invisibilmente nella morsa di un’ansia più temibile di un’orsa selvaggia nel fitto di una selva oscura.
   L”insecuritas’ grava sul suo capo come una spada di Damocle. Rende i suoi passi precari, inietta morbi allegorici nelle altrettanto allegoriche vene della sua recondita spiritualità. Nemmeno l’Übermensch denominato “Genio della lampada” potrebbe regalare, a lui o a chi gli voglia bene e faccia il tifo per la sua guarigione, un antidoto alla suddetta iattura.
   Oggi, quasi all’improvviso, succede una svolta nella sua vita privatissima. La sua paziente fidanzata, Sofia -al livello di Penelope nello score di molte virtù-, esausta per le reiterate e recidive fesserie commesse dall’inquietudine del suo boyfriend, e ovviamente dispiaciuta nel vedere il suo animo più elettrico di un palo della luce, decide che è arrivato il momento di intervenire, di lanciare un SOS a qualcuno che, alieno dal viziaccio dell’indifferenza, sia in grado, per un motivo o per l’altro, di debellare la patologia di questo fragile uomo.
   Vuole lanciare una preghiera a un mandarino del suo paese, un ottimate che, con le mani in pasta e un sacco di entrature nel Palazzo -inclusivo della cosiddetta stanza dei bottoni-, possa fare qualcosa, aumm aumm o alla luce del sole, fa lo stesso, l’essenziale è che propizi la cura. La donna si rivolge a sua cognata, Luisa, una che la sa lunga e, soprattutto, conosce un numero di persone superiore alla cifra di spettatori nel Rungrado May Day Stadium -in quel di Pyongyang- in versione sold out.
   Lu, oltre a questo punto di forza, ha un’altra caratteristica che può tornare utile alla causa: non stigmatizza affatto il ‘pianeta raccomandazioni’. Ingiustizie? Macché! La donna è superiore a concetti del genere, li reputa deplorevoli espressioni di autolesionismo, simili ai marchiani errori di un baluba che prenda una chiave inglese e, in un raptus di inconsulta e belluina follia, se la suoni in testa, come punizione per la colpa di non essere alto come un vatusso giocatore di basket. La spregiudicata cognatina, pur andando a messa la domenica mattina, e pur frequentando il Circolo/Club di un’indigena contessa famosa per le sue pie crociate in favore della pubblica beneficenza, è ben lungi dal poter provare scrupoli e rimorsi nel mettere in moto l’antico rito “spintarella & dintorni”. Volpe, scafata donna di mondo, con una mentalità più elastica del laccio in una fionda, tipa capace di esclamare “non ho mica scritto Gioconda in fronte!” se qualcuno le chieda “tu ami la meritocrazia?”, ha tutte le carte in regola per aiutare la sorella di suo marito. Ha il know-how di una fertile broker in gonnella, può, provvidenziale mediatrice, perseguire e conseguire con successo l’attingimento di una saporita panacea. Qualcuno ne dubita? Male, si sbaglia di grosso.
   Lady Luisa può, su questo non ci piove, però nel caso in questione questa possibilità è un po’ indiretta. Ammanicata, okay, ma pur sempre senza una bacchetta magica a portata di mano. La signora comprende intuitivamente, grazie ad ali d’insight regalate al suo utilitarismo dalla sua pimpante furbizia, che stavolta da sola non ce la può fare. Si rivolge a Teodora Arsenio, una cugina di secondo grado d’una sua lontana parente, Anna -lontana nel grado di cognazione, ma sempre -ripeto: sempre- vicina nel momento del bisogno.  Telefona ad Anna, che telefona a Teodora, che telefona a Sofia. E così sia.
   Teodora è una signora normale a livello di statura -solo un suo ex, comunque, si è permesso, per il suo dente avvelenato, di prenderla in giro in misfatti di moderato body shaming, esclamando “invidi, eh, una fotomodella!”-, ma svetta come una gigantessa nell’arte di aprire porte sociali. Del resto il suo savoir faire nel corso del tempo si è affinato anche grazie alla sua ricca sfera amatoriale.
   Ex ex ex moglie, capace di avere tre matrimoni alle spalle senza un filo di rimpianti come zavorra XL, con undici trasversali amanti nella dimensione del suo eros adulterino, attualmente, in regime di poligamia dichiarata, convive con il CEO di un’azienda rilevante a livello regionale, e al tempo stesso ha un’intermittente liason con un pittore parigino, non ancora del tutto affermato ma nemmeno incastrato nella frustrazione di una cocente gavetta. Ogni tanto, soprattutto nei fine settimana, la donna vola a Paris e, in mezzo al tourbillon di sesso e amore con l’aspirante Picasso, ha modo di frequentare qualche stimolante ambiente sociale nella capitale di Francia. È chiaro che un tale tenore di vita implica pure un progresso, costante, del suo tasso di souplesse. La madame sa, con la sua abbondanza di tatto e buone maniere, come destreggiarsi nella cosa pubblica, come trovare, nella giungla del leviatano, un influente Tarzan quando si abbia bisogno di un aiutino. E infatti anche stavolta riesce a incarnare, in questa strana vicenda, un ruolo paragonabile a quello di un jolly passepartout.
   Teodora ne sa una più della moglie del diavolo, anzi due. La sua eccellenza nell’arte di destreggiarsi in società e aprire le porte più giuste dovrebbe essere citata in un'”Enciclopedia Universale su Minima Moralia”. Ella possiede, nell’invisibile spazio della sua muliebre alma, un sessantesimo senso, due marce in più rispetto a ogni possibile competitor, abilità in quantità industriale. Non solo attinge all’uopo il protettore che più le possa servire, magari un cumenda ad altissimi livelli, capace di cambiare in meno di un amen la vita di un adorante postulante: sa pure insabbiare lo sponsor, allontanarlo meravigliosamente dalla possibilità di essere captato da radar di occhi indiscreti, orecchie impiccione, testimonianze etiche.
   Regola numero uno nella sfera delle raccomandazioni, più numerose, ovunque, delle zanzare presenti nella laguna veneziana in tempi di particolare umidità: trovare la chiave, salutare il mandarino con deferenza mista a simpatia, per esempio rivolgendogli, dopo aver leccato una sua pantofola, un saluto tipo “Ave Cesare”, mettere pienamente a reddito il suo provvidenziale aiuto e nel frattempo far pensare a tutti che il beneficiario è andato avanti per talento, in regime di meritocrazia. Al massimo, se proprio il contaballe non voglia esagerare, può citare, come prima e potissima causa del passo in avanti, la fortuna o il caso.
   “Signora mia, quando dici la buona sorte! Non avevo nessuna intenzione di partecipare al provino del casting. Ho solo accompagnato un’amica, aspirante starlette. Poi, una volta arrivata lì, mi sono detta: mo quasi quasi, tanto per scherzare, ci provo pure io. Sicuramente mi scartano, ma non importa, farò una bella esperienza, avrò dei bei ricordi, che potrò raccontare alla comitiva in qualche cazzeggio al chiaro di luna, intorno a un falò a due passi da una battigia poetica. Questo pensavo, ma certe volte la realtà supera la fantasia, e certe altre le favole si avverano. Lei non ci crederà, ma la mia amica, bravissima, è stata scartata e io invece, dilettante piccina picciò, sono piaciuta al boss, che forse ha apprezzato la mia spontaneità acqua e sapone, la mia improvvisazione priva di artificiose sovrastrutture, il mio linguaggio semplicissimo, che si fa capire dal novanta per cento dell’umanità, mentre la mia amica, bravissima eh!, lo ripeto, ha forse sbagliato a ostentare la sua erudizione, a parlare in birignao, ad atteggiarsi a diva già prima di diventarlo. Oppure, spiegazioni razionali a parte, sono stata appunto fortunata, punto e basta, o è giunto in mio soccorso il mio angelo custode. Lei, signora mia, crede alla teoria dell’angelo custode?”. Un discorso del genere potrebbe imbastire la mendace Teo nella fase ‘postapoteosi’ in un provino cinematografico, avendolo superato grazie alla telefonata fatta dal Presidente della Cina al produttore, e adducendo, a spiegazione del successo, delle parole così fantasiose che qualche opera narrativa sulla malavita, rispetto alla sua scatenata immaginazione, è un mattone noiosissimo e con poco sale di estro.
   A parte ogni possibile chiosa in merito alla sua faccia tosta, alla sua sfrontata attitudine a mentire sapendo al centouno per cento di meritare una protesi nel suo profilo per la crescita di un naso di Pinocchio, in questa sede il concetto che più conta, al di là del bene e del male, è la sua importanza nell’insegnare che ogniqualvolta un soggetto sguazza impunemente nei vantaggi di una raccomandazione, di qualsivoglia tipo, deve innanzitutto negarla con tutto se stesso. Guai a commettere l’ingenuo errore di voler rendere noto il proprio legame con il boss autore della porcata, per il desiderio di dire al mondo “io conosco un pezzo grosso, e me ne vanto”. Il possesso di un’entratura, okay, può solleticare la vanità, sentito dal raccomandato come un onore nel perimetro della cosa pubblica, ma la persona avvertita, veramente in gamba, deve sapere e sa che è ancora più importante presentarsi come un soggetto che si è fatto da sé. Uno che è andato avanti solo ed esclusivamente grazie alle proprie forze, grandissime o grandi che siano, o per la benevolente misericordia della dea bendata.
   La dottoressa Teodora deve sapere e sa. Sa questo imperativo categorico e tutti gli altri dettami che ne conseguono logicamente. La sua bravura in questo settore è così alta, raggiungendo un punteggio vertiginoso, da far pensare ch’ella l’abbia gradatamente creata e consolidata anche mediante lo studio di qualche manuale, di qualche calepino dedicato a “Leg up e dintorni”. Ovviamente nella sua genesi la dimensione numero uno non può che consistere nell’esperienza -un’importante Università pragmatica- e questa sciura ne ha da vendere.
   Ah, quante persone devono dire grazie ai suoi buoni uffici! Dovrebbero osannarla come una divinità laica, dedicarle periodiche sviolinate, genuflettersi, in segno di acquiescente ammirazione, al suo passaggio. Mai qualcuno, dopo averla contattata per essere aiutato in qualche tenzone sociale, è poi rimasto con un pugno di mosche in mano. La signora non fa mai cilecca quando scende in campo. E ne è assai contenta, perché in fondo quando qualcuno abbisogna di una mano, un po’ affetto da fifa blu nel dover perseguire un obiettivo senza trucchi e senza inganni, a lei fa quasi pena.
   I suoi detrattori -ne ha, ne ha, ma chi, sulla faccia della Terra, ha l’onore e la gioia di avere solo ammiratori?- hanno anche, nella loro aspra stigmatizzazione di questa fata borghese, la colpa d’ignorare un dato importantissimo: lei quando si produce in performances atte a procacciare un appoggio a qualche persona, di qualsiasi ceto sociale, agisce anche, se non soprattutto, per affetto e carina empatia verso il soggetto postulante. Diamo a Cesare quello che è di Cesare: Teodora è una benefattrice, una squisita filantropa, più etica di un Buon Samaritano, una campionessa di solidarietà.
   L’ultima volta che ha procurato una raccomandazione a un amico, che non le ha leccato i piedi solo per evitare a priori ogni possibile e pruriginoso equivoco, un fan si è congratulato con lei, mediante una email coronata da un classico explicit: ad maiora semper. Ebbene, nella mediazione attuale lei riesce proprio a superarsi, ad arrivare ancora più in alto.
   Percorre una sorta di caccia al tesoro, verso la pappa e senza una mappa!, dribblando e fregando ogni potenziale testimone oculare del delitto. Riesce a non farsi cogliere con le mani nella marmellata di arance rosse: un grande vantaggio, anche perché le sue ingioiellate dita potrebbero sembrare, in caso contrario, sporche di sangue, quello delle ferite morali della povera gente derubata di un successo che merita, perché le viene scippato da raccomandati usurpatori.
   Mette insieme una rete (di boss, o bosses) da urlo, e del suo performante metodo fa parte pure una specie di profana catena di Sant’Antonio -povero santo, povero Antonio!-. Costei, davvero un’eroina nello sport di coinvolgere un sacco di persone senza produrre nell’ambiente la benché minima muina, stavolta merita una doppia razione di “mirallegro”. Perché? Perché per aiutare la sua cugina di secondo grado Anna, che vuole aiutare la sua lontana parente Luisa, che vuole aiutare sua cognata Sofia, che vuole aiutare il suo fidanzato Rocco, bisognoso di essere bonificato a livello psicologico, non si limita a ricercare un deus ex machina terapeutico.
   Se al suo posto ci fosse un ‘mediatore’ più banale, o meno perfezionista, si comporterebbe, al novantanove per cento, in modo meno ambizioso. Cercherebbe di trovare un asso capace -se esercitasse una professione come psicanalista santone o influencer opinionista- di guarire l’animo del signor Partifilo, o -se fosse un alto papavero influente- di trovargli un miglior posto di lavoro, così debellando la prima causa del suo stress.
   Teodora, invece, una tipa tosta, una che se non vola alto si sente una gallina, insegue un exploit stupefacente, alzando così tanto l’asticella che un soggetto non munito di vista da lince dovrebbe avvalersi dell’ausilio tecnologico di un binocolo per vedere almeno un segmento dell’asta medesima.
   È d’uopo, qui ed ora hic et nunc, che i lettori allaccino le cinture di sicurezza del loro stupore alla vigilia del disvelamento dell’obiettivo che l’ambiziosa Teo vuole centrare in favore del pistola Rocco. Meno tre, meno due… qualcuno potrà non crederci, ma è tutto vero, la signora briga per procacciare al boyfriend di Sofia nientepopodimeno che la Lampada di Aladino e, quindi, la meravigliosa, magica, fiabesca possibilità di avere dalla sua parte la benevolente e provvidenziale amicizia del Genio, pronto a esaudire i suoi desideri. E, attenzione, lei cerca un aggancio per arrivare al Genio della versione primigenia di “Aladino e la lampada meravigliosa” (“Le mille e una notte”), perché in quella fiaba egli può esaudire qualsivoglia desiderio, mica come l’alter ego targato Disney, “Aladdin”, superpotente ma non troppo, impossibilitato ad ascoltare più di tre desiderata di un quémandeur che strofini la sua lampada-prigione.
   La signora Arsenio è fatta così: quando ci tiene particolarmente al raggiungimento di uno scopo, e in questa vicenda ci tiene tantissimo, tende a ottemperare alla massima “le cose o si fanno bene o non si fanno”. La difficoltà è pazzesca, mostruosa, e chiunque (eccetto lei) alla domanda “Come agganciare un amico di un amico della Lampada” risponderebbe “Sorbole, che domanda da due milioni di dollari! Vattelappesca la risposta!!”. Questa campionessa, invece, pasionaria dell’impossibile, ci prova, gettando oltre la siepe un suo carissimo super diamante -regalatole dal trentenne figlio di un cinquantenne paperone suo amante: andava a letto, alternativamente, con entrambi…-. Carissimo perché costa un occhio della testa e anche perché lei lo ama come il proprio cuore. Teo getta allegoricamente la gemma oltre l’ostacolo e inizia il suo diplomatico tour de force.
   Forse uno dei motivi del suo impegno è uguale a una delle cause della proliferazione di raccomandazioni: chi “sponsorizza” si sente, nel raccomandare, lusingato dalla sua possibilità di farlo, la spintarella misura la sua importanza, esattamente come le preghiere del postulante, prima, e poi i suoi “grazie bwana”, dopo, lo fanno sentire una divinità.
   Teodora crede che se ce la fa pure stavolta, quando nessuno scommette un centesimo sulla sua vittoria, allora il suo mito sarà reputato meritevole di entrare nella Storia.
   Briga così bene da mettere insieme, in un tourbillon di collegamenti, la bellezza di 105 pezzi grossi: una concatenazione più lunga del treno passeggeri record, con cento vagoni, della Ferrovia Retica, in Svizzera. Alla fine fiorisce il prodigio. Il mandarino 105, espiando la colpa di aver ciurlato nel manico nelle battute iniziali dell’interazione, le telefona per darle la bella notizia: ha trovato chi può procurare al povero Rocco la Lampada. Ovviamente, e non è neppure il caso di precisarlo, il frustrato impiegato potrà averla fra le mani per un breve arco cronologico, ma questa limitata durata gli consentirà comunque di chiedere al Genio tutto ciò che lui voglia, ad libitum.
   Sembra il preludio all’apoteosi, Teodora ha la sensazione di essere a cinquecento metri dal cielo, certa che il beneficiario numero uno del miracolo, cioè il signor Partifilo, penserà addirittura, in una gioia ineffabile, di toccarlo.
   Purtroppo succede un clamoroso, negativo colpo di scena. Quando Rocco, nel momento clou, strofina la Lampada, ne esce un Genio che, al corrente del fatto che lui gli è davanti grazie a una rete di favoritismi, è molto arrabbiato, perché la sua genialità stigmatizza da sempre, in una viscerale idiosincrasia, tutti i raccomandati, reputandoli una vil razza dannata.
   Adirato, lontano anni luce dal voler aiutare questo omuncolo, si rifiuta categoricamente di esaudire qualsiasi suo desiderio. Fa un gesto così chiaro che di più non si può: un tremendo pollice verso, mentre uno splendido Sole, doppiamente raggiante, ammira il suo bel gesto…

Walter Galasso