UNA MOSCA, NON KARATEKA, MA CON OCCHI DA CINETECA [GALASSIA UNO…/ 65]

UNA MOSCA, NON KARATEKA, MA CON OCCHI DA CINETECA [GALASSIA UNO…/ 65]

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FEATURED IMAGE

WIKIMEDIA COMMONS

File: Fly’s Eye Dome by Buckminster Fuller, Crystal Bridges Museum

Descrizione

Fly’s Eye Dome by Buckminster Fuller, 50-foot prototype, Crystal Bridges Museum of American Art

Data

2019

Autore

Wmpearl

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DI WALTER GALASSO

   Giosuè, tappato in casa come un leoncino (ancora senza criniera) prigioniero in e di una cage, non sta al top della forma spirituale, anzi poco fa ha pensato “ho fatto proprio una figuraccia”. Giù di corda, e/ma anche in preda a una latente e animalesca forma di incazzatura. In lui, nel profondo della sua dozzinale psiche, albergano scoramento e desio di micidiale rivalsa.
   Egli, ferito da un gap di baldanzoso protagonismo nella sfera della cosiddetta società, ha subito una sconfitta in ambito professionale -è stato bocciato a un concorso- e, siccome il cuore della sua ambiziosa personalità ospita un febbrile e nevrotico anelito a un’apoteosi da yuppie rampante, si sente minacciato dal pericolo di essere definito un fallito, un pistola buono a nulla.
   Ha deciso, contrariamente ai suoi consueti e tradizionali usi e costumi, di prendersi un periodo di pausa, chiedendo al suo principale un’eccezionale settimana di ferie. Da un lato zero lavoro, spina (professionale) staccata, voglia d’una terapeutica ricarica delle pile mediante una provvisoria fase di riposo assoluto. Da un altro una full immersion in una prolungata introspezione, finalizzata anche a capire il perché e il percome della sua sconfitta, che gli brucia, e non poco.
   Lui ama vincere e pretende da sé exploit, altrimenti la sua soggettività può patire un frigido calo del desiderio di sguazzare con narcisismo in un’autostima rigogliosa come le Cascate del Niagara. Qual è, quale può essere il motivo della défaillance? Vattelappesca! Arcigna domanda da 1.120.000 dollari.
   È bene mettere subito in chiaro un rilevante dettaglio di questa faccenda: lui non è disposto a recitare appieno un mea culpa. O.k., ha sbagliato in qualcosa, non può negarlo, salvo voler indulgere a una mistificazione che non si attaglia alla sua serietà scientifica, però da qui a dire che sia lui la causa del suo male, e dunque ch’egli debba piangere se stesso, corre un abisso. Finché si scherza si scherza, ma se il suo mumble mumble voglia permanere in un minimo sindacale di rigore egli può, anzi deve, in un comodo imperativo categorico, escludere a priori una virulenta autocritica.
   La sua attuale interpretazione degli eventi è chiara come la luce del sole: se egli non ha attinto il traguardo che si era prefisso di raggiungere è soprattutto perché qualcuno lo ha tradito -e lui, se una persona gli chieda chi sia ‘sto fellone, è pronto a rispondere “io un’idea me la sono fatta, ma primo di sputtanare questo stronzo voglio raccogliere qualche prova del nove”-. Secondo motivo del kappaò: la mostruosa, satanica ingiustizia di chi, al concorso a cui ha partecipato, lo ha bocciato, premiando mezze calzette in virtù di qualche criterio che non sta né in cielo né in terra.
   Secondo lui il Presidente della Commissione è tale e quale a certi arbitri di taroccatissime partite di calcio: un gran cornuto. Un venduto che ha accettato chissà quale faraonica mazzetta da parte di qualche abominevole candidato -probabilmente un tipo assai minchione, ma pieno di quattrini e di entrature, tanto da poter corrompere quel gran… sia con i buoni uffici interposti da uno ‘sponsor’ influente, sia con qualche bella bustarella…-.
   Giosuè è pertanto disposto ad assumersi ma non troppo le sue responsabilità, sulla base del presupposto che nella vita di un uomo, o anche, come nel suo caso, di un mezzo superuomo, è d’uopo una quasi ‘osmotica’ armonia fra autostima e autocritica.
   Si passa la guadagnata se ci si dedica troppo all’una o all’altra. Secondo lui un vero macho deve saper dire “ho sbagliato”, come qualche grande capo della Storia che, dopo una débâcle dell’intera équipe da lui capitanata, ha saputo dire al mondo intero “La colpa, signore e signori, è mia, i miei uomini non c’entrano, criticate me, assolvete loro”. O come -per citare un’altra idea a cui egli è affezionato con trasporto- un boss che, nella malavita, dopo un colpo finito male, lui catturato e i complici riusciti a sfuggire, quando in Questura il Commissario gli chiede il nome e il cognome dei suoi latitanti compari, si alza dalla sedia, gonfia il petto e “nessun complice, ho agito da solo, solo io sono entrato in quella banca per mettere a segno una rapina, e se avete visto qualcuno fuggire è solo perché avete avuto delle allucinazioni”.
   Ieri, seduto su una poltrona presidenziale nello studio di questa ‘casa galera’, ha pensato a questo concetto -a dire il vero alquanto sgangherato, ma lui crede che sia un’ottima idea-, sentendosi appunto, nell’esortarsi a dire che la colpa è anche sua, come il delinquente della storiella, brigante che dice a sbirri e al mondo intero “io, e solo io, salirò sul banco degli imputati, e scordatevi che io possa tradire, come un infame, ché sono un eroe con palle quadrate”.
   Dopo questa riflessione, imbastita in un mix d’imprecisione discorsiva e soddisfazione per il coraggio di attribuirsi in modo epico colpe non sue, ha avvertito l’esigenza di mettere i puntini sulle i. S’è alzato dalla sedia, ha cominciato a passeggiare, avanti e indietro, nella stanza, ha dato il la a un soliloquio ad alta voce e, parlando a se stesso, ha detto “Faccio come il boss della mala, non accuso altri e dico al mondo che sono stato scartato solo per colpe mie, senza infangare la reputazione di qualche competitor e qualche membro della spettabile Commissione, però fra me e me ho il dovere e il diritto di mettere insieme le giuste dosi di autocritica e autostima: ho sbagliato ma solo un po’. Se fossi stato Einstein avrei vinto il concorso, qualche errore l’ho commesso, però pago pure il fatto di aver partecipato a un’impari tenzone, altri essendo raccomandati e io lottando a mani nude, senza santi in…”.
   Evidentemente si stava dedicando a un parziale delirio, è probabile che l’incipiente choc per il mancato trionfo -alla vigilia del match era quasi convinto di farcela in carrozza- abbia leggermente destabilizzato la sua capacità di interpretare in modo del tutto idoneo la sua disavventura.
   Anche adesso Giosuè è inquieto e confuso. La sconfitta gli brucia, la sua mente non solo non l’ha metabolizzata, incapace di superarne con leggerezza il pesante trauma, ma non è neppure certa di volerla archiviare. Pensa e ripensa che ha perduto…, collega del protagonista d’una canzone che include “Favola” nel titolo, e non ci sta a sciropparsi la battuta d’arresto -secondo lui ingiusta- senza colpo ferire.
   Primo, perverso desiderio: mollare una sberla o addirittura un cazzotto all’individuo che secondo lui è il primo colpevole del suo kappaò: il Presidente della Commissione. “Ah, se lo prendo lo riduco come Santo Lazzaro!”, esclama mentre, parlando da solo e ad alta voce, si trova davanti a uno specchio. Ha bisogno di sfogarsi, la solitudine non giova alle sue possibilità di recuperare una sufficiente dose di serenità.
   Telefona a Pasquale, per lui come un fratello, gli parla della sua delusione, della rabbia, della sua certezza di essere stato defraudato, ché come al solito hanno fatto vincere raccomandati e lui, senza aiutini, è stato penalizzato. Poi gli dice che deve contare fino a mille per non andare dal Presidente e spaccargli la faccia. Al che Pascà, invece di recitare la parte dell’amico che esorta un micidiale Rambo a non farsi giustizia da sé, inizia a prenderlo in giro, sia pur bonariamente, canticchiando “Ma ‘ndo Hawaii”, celeberrimo brano nel film “Polvere di stelle”, con Monica Vitti e Alberto Sordi. “Caro Giosuè, ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai?”. Per alcuni un iconico tormentone, per altri un brano imparentato con una supercazzola geniale, per Giò, citata così, uno sfottò fuori luogo. “In che senso, scusa?”. “Ma se tu sei incapace di fare del male a una mosca! Non dire stronzate, non ti ci vedo proprio nei panni del duro che mena. Meglio così, eh, bene inteso, ché se tu alzassi le mani a quel tipo avresti il solo effetto di metterti nei guai”. Giò non è proprio felicissimo di questo trattamento, comincia a sospettare di essere visto, quando per qualche motivo si arrabbia, come un can che abbaia ma non morde.
   Comunque fa finta di niente, dissimula il suo permaloso e orgoglioso fastidio, portando a termine la conversazione con ipocrita gentilezza. Dopo, ripensando alla chiacchierata, quasi si pente di aver chiamato quel deficiente, e riprende a meditare, prefiggendosi d’inserire qualche altro tema nel noetico rovello all’ordine del giorno.
   A un certo punto, andando avanti e indietro nel living room, come un orso polare che in un Polarium denoti nostalgia di libertà nel pack artico, ha la sensazione che l’aria del vano sia stantia, viziata, esausta. Apre una finestra, è d’uopo debellare CO2, anche perché l’anidride carbonica è dannatamente simile, a livello metaforico, allo smog che, dentro il suo animo, ammorba le sue chances di profonda pace.
   Squilla il suo cellulare, e i suoi occhi leggono sul display il numero della fidanzata, la tranquilla Katia. Lei ovviamente conosce già la sua bocciatura al concorso e il fatto ch’egli non l’ha presa bene e ancora non è riuscito a farsene una ragione. Sa pure che lui tornerà alla carica nel borbottare contro la disavventura. Perciò, quando il suo non pelide Achille attacca il pippone sulla tematica, amorevole lo consola, “Hai ragione, tesoro, forse dispiace più a me che a te. Hai studiato tanto, meritavi di più”. La dulcinea molce, sia pur banalmente, il piccato boyfriend, e tenta di cambiare argomento, nella speranza che per oggi il proprio supplizio -ascoltarne la litania di proteste- sia finito. E invece no.
   Finito? Il bocciato rilancia, e pure alla sua donna dice che quel bastardo meriterebbe una lezione, che lui gliela vuole far pagare, che la sua corruzione e il suo bieco favoritismo non devono restare impuniti, che quasi quasi prende info sulla sua vita privata, apprende e impara a memoria l’indirizzo della sua abitazione, lo aspetta sotto casa e… “Giosuè, non dire fesserie”, Katia passa in modalità Ninfa Egeria, “non devi metterti nei guai, noi siamo gente normale e quelli hanno il coltello dalla parte del manico. Il fatto che nei concorsi girino raccomandazioni è verissimo ed è un segreto di Pulcinella, ma, fino a prova contraria, tu non puoi permetterti di dirlo alla luce del sole, accusando presunti corruttori e corrotti, ché ti becchi una querela per direttissima e passi dalla parte del torto. Men che meno puoi picchiare ‘sto presidente, mica siamo nel Far West, rischi che arrivi una volante e ti arrestino, o comunque puoi essere trascinato nelle aule di un tribunale. Dammi retta, brontolone. Tu non sei un superman, sei un uomo qualunque, e una mosca tira i calci che può. Tutt’al più fai ricorso. Possibilità di vincerlo: bassine, ma magari accade un miracolo”.
   La conversazione in apparenza prosegue su altri binari, ma il fidanzato sotto sotto è piuttosto scocciato per essere stato paragonato alla debolezza di una mosca. Le sue orecchie pure nella precedente call avevano sentito la citazione di questo insetto in un’allusione alla sua ‘non forza’, ma almeno Pasquale aveva voluto dire che lui non è in grado di picchiare nemmeno quel piccolo animale. La compagna, invece, ha fatto di peggio, paragonandolo direttamente alla mosca nel dire che lui, come quella piccoletta, ha limitate possibilità di reazione, e si deve arrangiare e accontentare in un’eventuale brama di vendetta.
   Forse è a causa di questo duplice fastidio che dopo, quando già da qualche minuto è finita la telefonata con Katia, nota che il ricambio d’aria in corso, con la finestra spalancata, ha implicato l’ingresso dal mondo esterno proprio di una mosca e la guarda con irritazione. Da sempre lo scoccia un insetto che gli ronzi intorno, e magari si fermi sulla punta del suo naso, ma il suo attuale fastidio è dovuto soprattutto, per dinamiche reattive di stampo inconscio, al fatto che quella bestia, nei suoi odierni vissuti, è diventata un simbolo e uno specchio della propria sfiga.
   La odia, sì, la odia. Come un incivile dell’Era Quaternaria, anzi peggio, estrae un piede da una pantofola, ghermisce la casalinga scarpa e, vedendo che la fly si è posata su una parete, prende la mira e spara il tentativo di colpirla.
   Il giovane, in procinto di annichilire con la shoe il piccolo animale, pensa che sia un gioco da ragazzi spiaccicarlo, credendo che al 101% avrà successo il suo vile attacco, causato pure dalla meschinità di sfogare la sua frustrazione prendendosela con un essere che non c’entra nulla, invece di usare una rage room. Fa i conti senza l’oste. La mosca, facendogli marameo, è già altrove quando arrivano la puzza e la violenza della ciabatta, in una prodezza dovuta alla sua vista formidabile.
   Chapeau al suo occhio composto, una meraviglia della Natura. Un occhio? Diciamo pure più di 5000. Ogni occhio di questo piccolo gigante consta di migliaia di ommatidi, performanti microocchi, a guisa di lenti esagonali. Ognuno fotografando un oggetto di percezione dal proprio punto di vista, tutti concorrono, nella somma dei loro rispettivi ‘scatti’, a una prodigiosa visione a trecentosessanta gradi, in una ricezione a mosaico. La finale performance fa venire i brividi nella sua potenza: la vista di una mosca è sette volte più veloce di quella umana: percepisce il mondo come se registri immagini al rallentatore, e questo, va da sé, la rende capace, se messa nel mirino di un colpo, di essere già in salvo quando la stupidissima violenza di un aggressivo omuncolo arriva.
   Il non egregio giovane non ha gradito il paragone fra l’assenza in lui di Forza e la protagonista del proverbio “la mosca tira i calci che può”. L’ignoranza tira brutti scherzi. Una mosca, è vero, non è una karateka, ma ha occhi da cineteca, una vista che è un’opera d’arte, come “Fly’s Eye Dome”, by Buckminster Fuller. Se Giosuè visiterà, in una fertile vacanza, il Crystal Bridges Museum of American Art, in quel di Bentonville -nell’Arkansas-, e vedrà quel capolavoro, un tributo al formidabile insetto, forse inizierà a capire, guidato dagli insegnamenti della Cultura, che anche in una mosca splende la sublime bellezza della Natura.

Walter Galasso