DI WALTER GALASSO
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COVER
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Una rotta, sostantivo, che tende a diventare rotta, aggettivo. Ingiustizie à gogo, perturbazioni acide, reiterati attentati, di vario tipo, a una road map in teoria eccelsa, ma nella prassi molte, troppe volte sfigata. Punge come un miliardo di api, violente all’unisono, una lontananza da luoghi caldi come nido, patria, amorevole Heimat. In questa avventurosa, rocambolesca navigazione si lotta per sconfiggere questo duolo pieno di ostilità, però il cosiddetto bastone fra le ruote, il sabotaggio che fa marameo all’ottimismo e alla serenità, il Niet di un nemico acefalo e troppo più grande sono fattori dietro l’angolo.
L’équipe di temerari viaggiatori, capitanati dall’eroe più grande di tutti, solo ogni tanto narra e rivolge preghiere all’acqua, che da sud sorride alla settentrionale, mitica nave. Boss e ciurma ne impetrano il favore nell’uno per cento del loro tempo, nel novantanove rimboccandosi le maniche e cercando di superarsi viepiù nella disputa di questo impari match. Se tanto dà tanto esso è un walk-over, nel senso che non c’è partita, questi uomini sono osteggiati da un antagonista abnorme, subdolo, senza un nome e senza un preciso volto, ma con tantissime, invisibili armi. È dura, ma nessuno di questi prodi fuoriclasse molla, e il loro metafisico svantaggio suscita rabbia e stizza, inquietudine e voglia di protestare nei tanti aficionados di questa pleiade, e soprattutto del loro sublime, ieratico, carismatico, furbissimo leader.
Costui non è un campione qualunque, dir ch’egli è rara avis è dir poco. Il suo nome fa tremare terra e cielo, H2O e fuoco. Quando lo si pronuncia, gridandolo con fervore o bisbigliandolo in camera caritatis, dai remoti satelliti, fiori all’occhiello di una tecnologia evergreen, la Natura della Terra appare più illuminata del solito. Sembra che fenomenologicamente sulla superficie ontologica del nostro pianeta, che nell’Universo intero ha l’onore di ospitare intellettuali dei come Omero, si accendano qua e là, su tutti i pimpanti continenti, luci a intensissimi watt. Idem sul pelo d’acqua degli oceani, su quell’ondivago manto che copre e sottintende abissi pieni di fascino e pressione, creature hors ligne e misteri millenari, silenzio e guizzi. Pure su tutti i mari, non solo su quello dove ora questo Numero Uno sta viaggiando ai massimi livelli, quando qualche bocca suona il suo immenso nome tante gocce si trasformano d’emblée in Fari, in offerte verticali, e dal basso in alto, di bellissimi raggi. Un sommo segno d’incomparabile rispetto, che solo a lui gli elementi donano.
Tempo addietro, per non fare che un esempio della sua incommensurabile superiorità, un potentissimo clan, specializzato nel trasformare, sol che esso voglia, mezze cartucce in celebrità e pezzi grossi, prima ha propiziato, in rime mafiose, l’elezione a megapresidente di un coglione che non vale niente -QUANTI PROCI INTORNO A ME!- e poi, un po’ con le buone e tanto tanto con larvati modi spicci, ha coartato una multinazionale, che nel ‘pianeta high-tech’ fa il bello e il cattivo e pure l’intermedio tempo, a produrre lo stereo più potente di tutti i tempi. Un bolide da Guinnes dei Primati. Terza puntata: con castagnette, cioè facendo schioccare pollice e dito medio, ha intimato al suo Amministratore Delegato, alias CEO, di spararlo a tutto volume, mentre dagli altoparlanti usciva il nome del suddetto miracolato alto papavero. Risultato? Tutti i satelliti -che non dicono balle ideologiche perché dove c’è l’informatica c’è equità super partes- hanno registrato il medesimo dato: nemmeno una luce, pro gloria di costui, s’è accesa nella sacra Natura, una tipa seria, che ama la verità, tant’è che la sua migliore amica è nientepopodimeno che la Filosofia.
In onore dell’eroe in oggetto, invece -lo voglio ripetere, perché amo la Poesia e non ne ho mai abbastanza- si scatenano infiniti e apologetici Soli -plurale del formidabile occhio giallo denominato ‘Sole’-, a tutte le latitudini e longitudini. Perché questo asso è secondo soltanto a se stesso, e nella fitta graduatoria -Hall of Fame- dei supereroi, da Eva e Adamo alla prima Presidentessa degli Stati Uniti, il terzo classificato avverte l’esigenza di scendere dal podio dicendo a Lui, già primo e secondo, “Prenditi pure la medaglia di bronzo, ti spetta, ché se la indosso io mi sento un verme usurpatore”. Se, per assurdo, una divina penna nella Storia della Letteratura non avesse partorito questo protagonista -la sola ipotesi mi turba alquanto- il nostro mondo, sissignore!, non sarebbe lo stesso. Ci verrebbe da dire “Uhm, manca qualcosa, o meglio: qualcuno; c’è un vuoto epocale che va colmato”. Il non plus ultra, l’astro apicale della scrittura universale, la star -dell’ingegno, dell’astuzia, del coraggio, della tetragona ed epica ostinazione, e chi più ne ha più ne metta- che ha già fatto innamorare un babelico melting pot di miliardi d’ammiratori d’ogni etnia.
Si comprende con assoluta facilità chi sia questo personaggio. Hanno intuito la sua identità anche le pietre, almeno quelle di media cultura, i sassi che abbiano studiato con passione e senza quel virus infernale, lue doc, chiamato ‘Invidia’. Il Nostro è Ulisse, il superuomo che adesso sta nella storica imbarcazione che naviga al centro di questa pubblicazione, dandomi la gioia, fra l’altro, di vedere le mie parole simili alle gocce letterarie di un mare che profuma di Internet. Una persona ch’io conosco benissimo, che in questa sede sta per chiunque straveda per questo onore della Cultura, lo ama così tanto che da quando è nata ha pronunciato più il suo nome che il pronome “Io”. E rasenterebbe il pianto, tanto gli vuol bene, se qui ed ora percepisse le sue ennesime pene.
Ulisse, tanto per non cambiare, è in pericolo. Vuole attentare alla sua incolumità la gang “Le apparenze ingannano”, per così dire. Il suo ire, il suo voyage verso la carissima Meta, se ode un suono, il simbolico canto delle Sirene, gode, all’apogeo di un’ebbrezza ghiotta e molto eccitante, ma così facendo si mette nei guai, inficia atout di successo. Un paradosso colosso, roba da cagionare uno tsunami nella logica e un terremoto nelle credenze terra terra di chi non sa intuire, con scafata insight, una squisita verità dietro una facciata altamente ingannevole. La situazione in cui versa l’eroe è il nitido paradigma di un eterno contrasto: il problema di percepire qualcuno o qualcosa a guisa di Bello e avere occhi e intelletto che, come il vincente duo ‘Binocolo & Lente’, ingrandiscano quella immagine e vedano miliardi di virus, serpeggianti come scatenati e piccolissimi demoni. Le Sirene, suadenti e avvelenati lenocini, attirano quei superdotati marinai, ma loro devono resistere, grazie alla galattica virtù, appunto, di non farsi uccellare e obnubilare da apparenze false, anzi falsissime, simili alle fandonie al potere in una Repubblica delle banane.
Le Sirene, legate alla mala, ma dalla sua parte, come quelle sulle pantere della polizia, che invece la osteggia. Queste ibride creature, nella parte superiore donne, giù con la coda di pesce e con un’ugola d’oro che neanche un usignolo, usano la melodia, rubandola all’Arte, a fin di male, per ingannare, infinocchiare, turlupinare chi non sa resistere alle loro performance. De Gregori, “Non sarà il canto delle sirene / Che ci innamorerà”, la farà facile e parlerà con il senno del poi. Adesso il giulebbe che esce dalla loro bocca ha un appeal irresistibile. È un tipo di calamita che farebbe la fortuna d’una ferramenta specializzata in articoli per il bricolage. Mirano a un terribile nocumento dei loro fan, i quali ne apprezzano le virtù canore, le estrapolano dal contesto primogenio e confondono il Male con il Bene. La tentazione minaccia, sotto mentite spoglie, l’azione, che se ingenuamente crede alla buonissima buccia, poi, la polpa essendo avvelenata, paga con gli interessi il fio della cazzata. Questo canto è il modello d’una spaventosa quantità di casi analoghi, come, per esempio, quelle società apparentemente sfavillanti e ricche di tanto fulgore mentre dietro l’aspetto sono zeppe di merda immorale. E chi lo -il fulgore pseudo- celebra e si mette sull’attenti davanti alle sue regole, inesorabilmente quando mangia comfort introietta pure la cacca di cui esso è farcito. Ma quel signore, di nome Ulisse, ha palle quadrate, non è mica un borghese tre volte piccolo. È un titano infinitamente grande, e sta resistendo, con stoica abnegazione, alla blandizie di queste poco di buono.
A tale tenzone si può e deve dedicare uno scritto lungo ‘Il Nilo + 1 metro’. Roba che gli editori piagnoni, quelli che piangono miseria perché perennemente ‘Il momento è delicato”, per dirla con Niccolò Ammaniti, non lo pubblicano nemmeno se lo introduca Proust. In questa Cover mi limito, io da sempre commosso ammiratore dell’immenso Odisseo, a esibire due artistici e indiretti peana, inviati alla sua grandezza da Sua Maestà Pablo Picasso e da Thomas Moran, meno in alto nella Storia dell’Arte e/ma parimenti rispettoso del grande eroe.
Il capolavoro del primo, un masterpiece di pittura mitologica in chiave di uno strepitoso Surrealismo, ipnotizza nella sua smagliante originalità. In “Ulisse e le sirene” il pittore ne elabora un’interpretazione a modo suo. Il Maestro impone, come solo i Grandi sanno fare, nuove regole, non subisce quelle tradizionali. Il genio che ha stravolto le norme dello Spazio per meglio lumeggiare le orme che il Tempo lascia sull’ontologia, anche in questo meraviglioso dipinto destruttura l’evento in oggetto avendo compreso che nella sua formale integrità esso fa finta di essere chiaro e non rivela appieno il segreto del suo senso. Nell’opera regna un pregnante, tellurico ed eloquente caos. Ulisse perde buona parte della sua consistenza di uomo e guadagna gradi nella sua reputazione di Eterno Valore, perché è un rotondo Sole, al centro della scena. Impera un soqquadro nel quadro, il Tutto è una vivida farragine, aleggia un surrogato di inquietudine cosmica nell’irregolarità di questo microcosmo su tela. Ma il Sole, grosso modo nell’ombelico dell’opera, è luce che insuffla ordine: postmoderno, ma sempre ordine è. Il protagonista sta attraversando un quarto d’ora quasi brutto, prova ne è l’asterisco dentro la sua doppia bocca -sembra, in scala ridotta, un secondo e fantasioso Grande Raccordo Anulare intorno al primo-: problemi di voce e comunicazione, sotto due occhi non allineati, con quello destro, più in alto, privato della corona del correlativo sopracciglio. Il mito sta affrontando una dura prova, fa i conti con un Problema, resistere a Quelle è una fatica pazzesca, e lui vacilla, e dopo aver aiutato i compagni a non cascarci deve lanciargli un SOS. È legato all’albero della nave, autosupplizio struggente e maestoso, e poi viene il momento della debolezza, della percentuale di fragilità in un Io pur così prode: è umano, non è un marziano, e nella ‘figlia’, tela eccelsa, di Picasso balza ai nostri occhi il suo disagio che viene e va. Ma splende la sua centralità, lì, nel baricentro del bailamme, fra code smembrate delle dolcissime e perniciose nemiche e volti vagamente somiglianti a icone di tremebonda alienazione.
Ulisse ce la farà, perché un Sun, qual è lui in Pablo Picasso, non perde mai, se non quando decida il suo Tempo, ciclicamente, di lasciare il posto alla sera e alla notte nel post tramonto. In “Ulisse e le sirene” di Moran l’eroe, che nemmeno appare in una zumata, non arriva a siffatta apoteosi, ma le si avvicina. Il Sole, e che stella!, è accanto alla nave, ergo È quella nave, battente bandiera del Bene. Il suo irraggiamento si apre a ventaglio, come un mazzo di aulenti rose sapientemente assemblate da un fioraio trendy, mentre… Mentre una bruttissima area nera costeggia l’isola dove le intonate diavole provano a inguaiare i sensibili maschi di passaggio. E la sirena più a sinistra, a ben vedere, può a qualcuno sembrare una killer non in un poligono di tiro ma nelle vicinanze di una vittima predestinata, una pistolera intenta a prendere la mira alla vigilia del bang bang. Un contributo -alla doverosa celebrazione del sublime Re- comunque importante, quantunque non all’altezza del genio con un treno di nomi prima del cognome. Le rispettive opere costituiscono due alternative chiavi di lettura dello stesso contenuto -modernissima la prima, normale quella dell’esponente della Hudson River School-, e la loro unione in uno slideshow è pure una simbolica e dinamica rappresentazione di un fondamentale relativismo nell’ermeneutica.
Walter Galasso



Ho letto e riletto questa cover da ieri, da quando è stata pubblicata e ancora non so trovare le parole giuste per descrivere la magnificenza di questa scrittura, l’eleganza e l’originaltà dello stile… Una lettura che mi ha regalato diversi e intensi momenti di commozione. Grazie, grazie, grazie!!!