DI WALTER GALASSO
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La Voce di Asti
LA FILOSOFIA E LE SUE VOCI
08 giugno 2024, 09:00
Simone Vaccaro




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“L’uccello che girava le viti del mondo” (ねじまき鳥クロニクル?, Nejimaki-dori kuronikuru) è un peregrino romanzo di Haruki Murakami, opera che gli è valso l’importante Premio Yomiuri-bungaku.
Un motivo della sua stranezza è già nel fatto che questa onorificenza sia stata data all’autore da un soggetto, il Premio Nobel Kenzaburo Oe, in precedenza molto critico con lui, detrattore doc. Una palinodia che non capita tutti i giorni. Ci sono personaggi che, se nutrano, come dire?, antipatia verso qualcuno e ne parlino male a prescindere, dicendo che la sua testa emana una flebile luce di 5 watt, continueranno a sostenere questa tesi anche se quel signore un bel giorno si presenterà con tutto il Sole sul cuoio capelluto, come radiosa extension dei suoi capelli.
Entrando nel contenuto del testo, un altro motivo di originalità è l’inquieto animo di demoiselle May Kasahara, che ogni tanto indirizza al narratore e protagonista Toru pensieri eterocliti. Fra questi v’è una sua paradossale meditazione, tanto stravagante quanto costruttiva, sul suo forno a microonde e sulla propria attività, nell’usare questo elettrodomestico, di cordon bleu in gonnella. L’adolescente, nel mettere al suo interno l’ingrediente denominato ‘riso’, pressare il bottone, attendere il segnale acustico, drin drin!, e spalancare la sua frontiera, per constatare come sia il ‘The End’ di questa operazione culinaria, si pone un duplice ordine di problemi. Riflessioni che, se fossero intercettate dalla mitica casalinga di Voghera, lontana anni luce dal potersi appassionare alla loro quintessenza, probabilmente la indurrebbero a pensare, picchiettando con un indice su una tempia, che alla ragazzina manchi una rotella. E invece miss May fa bene, anzi benissimo, a non limitarsi a cucinare e strafogarsi dei frutti delle sue abilità in cucina, volendo alimentarsi innanzitutto di idee.
Il primo suo turbamento può apparire, tutto sommato, un grado zero dell’inquietudine. A lei dà fastidio vedere il risultato finale ma non sapere come, dentro quel coso, la tecnologia vi è arrivata. Commenta Simone Vaccaro, l’autore dell’articolo in oggetto, “Un gratin di maccheroni”: “In effetti il forno a microonde è una black box, una scatola nera che impedisce la visione di cosa stia accadendo al suo interno. Possiamo conoscere le condizioni iniziali, di partenza: gli ingredienti che decidiamo di cucinare; e l’esito finale…Quello che fa sì che si possa passare da uno stato all’altro, invece, resta misterioso.”. Solo in apparenza questo mezzo cruccio è di lieve entità: lei, infatti, nuotando idealmente in esso va a parare, sorbole!, a una problematizzazione del nesso causa-effetto, il che, va da sé, rappresenta una questione gigantesca. La ragazza è molestata dall’ignoranza suddetta soprattutto perché, non vedendo l’esatto processo genetico in cui albeggia il benedetto frutto, non può essere certa che lì dentro, fra le quattro pareti di quella casetta funzionale, davvero gli ingredienti causino la finale pietanza. Vaccaro, prima di citare, come confutazione statistica della causalità, la tesi ‘la correlazione non è causazione’, s’appella a Hume: “La storia della filosofia ci ha insegnato a dubitare della cogenza del nesso causa-effetto: basti rimandare la memoria alle argomentazioni di Hume e alla sua critica sferzante al concetto di causalità: sintetizzando moltissimo, non vi è reale nesso causale in natura; il fatto che ad A sia sempre seguita la conseguenza B non significa che la prima abbia causato la seconda.” Più modestamente, “C’è contiguità spaziale, continuità temporale e l’abitudine che ne deriva rende possibile una certa prevedibilità, talmente efficace da considerare naturale che B segua sempre A, e che sia causato da quest’ultimo.”.
May, bene inteso, complica l’apparente assioma non tanto per gusto di speculazione teoretica fine a se stessa, quanto perché si sente aduggiata dal non so che di ‘meccanicistico’ e asfittico ch’ella percepisce in quella relazione. Il fatto che metta riso nel microonde e ne esca la sua zuppa la scoccia, le appare una loffia, ‘dittatoriale’ necessità, un pugno in faccia alla sua voglia di poetica libertà. Lei non vuole la luna nel pozzo, ma solo, magari!, un gratin di maccheroni in un forno in cui precedentemente abbia inserito, come materia prima del menu, chicchi di riso.
Utopia? L’autore dell’articolo, pubblicato su ‘La Voce di Asti’, prende in contropiede i critici, banalmente e ingenuamente scettici, della ragazzina, certi ch’ella, sorella di Davide, voglia mettere assurdamente kappaò un fratello di Golia, il nesso di causa-effetto, e pronti a dire che stavolta miracolo non ci sarà e il più forte, l’ovvio nesso, la trionferà. “A quanti di noi è capitato di preparare tutti gli ingredienti necessari per la buona riuscita di qualcosa – un esame, un concorso, un lavoro per esempio – e di essersi ritrovati con un pasticcio di melanzane o un gratin di maccheroni?”. Verissimo. La realtà pullula di ciambelle che non riescono con il buco. Nella sfera della quotidianità morale il principio di causalità fa cilecca tante volte. Tendenzialmente, è chiaro, queste delusioni sono un difetto, che però, in un affascinante paradosso di stampo poetico, si può coniugare, se un soggetto sia capace di prendere con filosofia il fallimento d’un progetto, con un pro: l’affetto per una sorpresa che profuma di libertà.
Walter Galasso

Molto bello e interessante. L’ho sentito molto mio…