![NO AL CONFORMISMO, SÌ ALL’ AUTOSTIMA. LA PARABOLA DI VINCENT E PIP [1 LINK A “THE NEW YORK TIMES”] NO AL CONFORMISMO, SÌ ALL’ AUTOSTIMA. LA PARABOLA DI VINCENT E PIP [1 LINK A “THE NEW YORK TIMES”]](https://www.romacampodeifiori.academy/wp-content/uploads/2026/10/Притча_о_слепых1_copy_1280x721.jpg)
***
FEATURED IMAGE
WIKIPEDIA
File: Притча о слепых
Artista
Pieter Bruegel il Vecchio
Titolo
Parabola dei ciechi
Data
1568
Collezione
Museo nazionale di Capodimonte
***
Academy
Roma Campo de’ Fiori
II
ATHENAEUM
SUPERCLUSTER DI GALASSIE LIT
***




LINK
https://www.nytimes.com/2026/10/26/well/move/exercise-mindset-advice.html?smid=nytcore-android-share
*********************************************
DI WALTER GALASSO

Un magma di cliché duri durissimi, più del cemento armato, più dell’agognato diamante, stracult oggetto di miliardi d’infuocati e dionisiaci desideri. Cliché e luoghi comunissimi, topoi -sulla cresta dell’onda di mode à la page- d’invalenti narrazioni, dette e ridette e quasi mai maledette.
Maledette? Son prese per oro colato, aliene dal pericolo di finire in un caustico tourbillon di critiche. Molta gggente mormora e sentenzia, il marasma di pregiudizi viene a galla in sentenze e pistolotti ufficiali, anzi viene eruttato da bocche (all’unisono) che paiono una coesa équipe di vulcani organizzati, e fra loro imparentati. E il suddetto magma diventa subito una lava paradossale -paradossale perché tu (generico) senti ‘lava” e pensi all’acqua che purifica, mentre essa è sostantivo e non verbo, ed è fuoco che incendia chances-. Ustiona la buona creanza denominata “originalità”, aggredisce, con titaniche lingue di fuoco, la personalissima attitudine a pensare, al centouno per cento, con il proprio cervello. Falò che cagiona metaforica cenere, ‘fire’ che danza nell’aria con ballerina aggressività, carbonizzando opportunità, possibilità di…, il corrusco meglio di individualismi destinati a intrupparsi in un gregale idem sentire.
Signore e signori, qui lo scrivo e qui lo riscrivo, sale sul palcoscenico dell’influenza il brocco e potentissimo imperatore chiamato “conformismo”. Una specie di notte in cui tutte le vacche sono nere come la pece, per ricordare “una storia romanzata della coscienza” partorita dal grande Hegel in “Die Phänomenologie des Geistes”. Ogni singolaristico Io corre il pericolo di essere risucchiato in una globale omologazione. La somma -pseudodemocratica, ché la vera Democrazia, con la maiuscola, è un’altra dimensione- di tantissime e altrui credenze diventa, nella sensibilità di soggetti senza usbergo, soverchiante principio di realtà, a cui ottemperare con pedissequa acquiescenza.
Si corre il micidiale rischio di essere fuscelli sballottati in una procella sorella di impazzito maelstrom. L’autonomia vacilla, come le gambe che fanno giacomo giacomo in una persona brilla, ma qui la colpa non è del lieo, alias vino. Qui c’entra, come squallido ambito di causalità in cui affonda le lunghe e contorte radici questa forma di fragilità, una credenza non buona. Qui c’entra il credere alla messe di idola -ringraziamo il Francesco Bacone del “Novum Organum”- che, partoriti da una maggioranza chiassosa, bussano alle porte della coscienza, “toc toc” -nella coscienza non ci sono né citofoni né campanelli- e si presentano sotto mentite spoglie. Sono condizionamenti eteronomi e proditori, invece si spacciano, millantando credito, per savio senso di realtà.
È il regno di un perverso “Ipse Dixit”. Il coro plasma il solista, la lista di dottrine invalenti s’insinua invisibilmente dentro i cervelli, e lì detta legge, sopprime la loro voglia di produrre credenze nel profumo d’una gagliarda libertà. Si deteriora la capacità di porre debitamente in relazione una moda e un concetto bastian contrario, una norma e la sua eccezione.
La mentalità al potere è su, troneggia su un ideale piedistallo come paradigma ovvio, come ieratica cattedrale di assiomi indefettibili, mentre la ribellione di chi la pensi diversamente, vista come Weltanschauung in bilico tra rivoluzione illegale e follia allo stato puro, è obiurgata dal disprezzo insito nel tacito discredito.
Residua “ognuno è libero di pensarla come più gli piaccia”, ma è una concessione così striminzita da rasentare il senso d’una cinica compassione. L’intelletto conforme ai modelli di serie A è un bravo ragazzo, o un buon uomo assennato, con la testa sul collo e la saggezza del tipo assennato; l’originale psiche, invece, conta, entro il recinto d’una vasta tribù, nemmeno come il due di coppe quando la briscola è bastoni: conta come l’11, nel senso che il suo prestigio non esiste tout court.
Uno scenario negativo, una vittoria d’una sconfitta, il libero arbitrio in balia della possibilità d’essere condannato a espiare le sue pretese dietro una lavagna, in castigo e sterile nella prigionia d’un glaciale ostracismo.
Eppure si può vedere positività anche in tale primato e in tale egemonia del conformismo. Possiamo vedere, nella sopravvivenza di un santo ottimismo, un bicchiere mezzo pieno? No, non esageriamo nell’ipotesi di tale quantità. In questo bicchiere, metaforico protagonista d’una famosissima espressione, il contenuto ammonta a malapena a un decimo del volume complessivo, però… però è ambrosia. Poco ma pregiatissimo, e simboleggia la possibilità, in chiunque, di dire al sistema “E no, io non ci sto”, come il ritornello di un brano rock di Alberto Radius (“Nel ghetto”).
Anche in una stessa famiglia, anche in un duo di fratellanza, può sempre succedere che il conformismo da un lato attecchisca e dall’altro faccia cilecca.
Cito due fratelli che esistono nella mia fantasia, Vincent e Pip (da Philip), trasformandoli negli attori -uno protagonista, l’altro deuteragonista- d’una specie di parabola postmoderna.
Sono brothers gemelli, tali e quali, identici, più di due gocce d’acqua. Identici nell’aspetto, nel modo in cui la loro immagine raggiunge fenomenologicamente occhi altrui, ma non nell’animo. Hanno vent’anni, amano entrambi lo sport, e vi attendono con entusiasmo.
Passano due decenni, alle orecchie di entrambi arriva un concetto, rampollato da una marea di omologate fonti: un quarantenne ormai non è più nel fior fiore della giovinezza, è inevitabile, ineluttabile, quasi scientifico un calo fisico, tant’è che molti campioni professionisti a quest’età si ritirano, se non hanno già appeso l’agonismo al chiodo. “Age 40” vuol dire “meno forza” rispetto a “age 20”, te ne devi fare una ragione, tant’è, non puoi opporti alle leggi del tempo. Pip ci crede, e finisce con il fare meno sport. Vincent, tipo tosto, no, e continua ad allenarsi, anche più di prima.
I due arrivano a festeggiare il cinquantesimo genetliaco. Philip ormai, non avendo mai smesso di credere alla suddetta teoria, si è pure dimenticato del significato del vocabolo “sport”. Vincent, non avendo mai smesso di confutare in cuor suo la suddetta teoria, ed essendo certissimo di essere un campioncino, non solo si allena ancora, ma, in un memorabile giorno, tocca l’apogeo della sua valentia fisica.
Vincent, un eroe, è tale anche perché ha letto un articolo de “The New York Times”, “How to Embrace a Fitness Mind-Set”. In questo scritto Christie Aschwanden spiega, fra l’altro, che conditio sine qua non di una forma mentis votata alla fitness è il modo in cui una persona si vede. Chi voglia volare alto, non mollare mai, alzare viepiù l’asticella, deve avere l’autonoma certezza d’essere un asso, sapendo che un uomo in gamba ha da crederci, “by changing how you see yourself” (NYT).
Pip, siccome nel conformismo gli hanno lavato (sporcato) il cervello, e hanno iniettato in lui, quando ha cominciato a non essere più giovanissimo, un virus contro l’autostima, dicendogli “ormai non puoi che essere loffio”, ci ha creduto. In questa depressa belief a quarantadue anni si è sentito “una schiappa a priori”, per così dire, e, in un’escalation di carenza d’autostima, ha finito con il diventare un perdente protagonista dell’effetto “what the hell”, citato nell’articolo del NYT. Quel pizzico di possibilità di continuare a lottare è tramontato, mentre il suo animo, gettando la spugna e diventando ufficialmente invidioso dei ventenni, ha sospirato ed esclamato “al diavolo tutto, ma chi me lo fa fare!”.
Suo fratello Vincent, invece, ha voluto interpretare con il suo cervello (e lo slancio della sua grinta) la propria condizione fisica. “If you join a soccer club -si legge nell’articolo de “The New Tork Times”-, for instance, you may start to think of yourself as a soccer player, which can in turn motivate you to keep playing and to train more for the sport”.
Questo uomo, il gemello più libero e forte, ha giocato a calcio, si è sentito un calciatore, anche quando a bordo campo un baccelliere gli diceva “ma buon uomo, alla tua età ancora giochi come un ragazzo!, ofelè fa el to mesté!, ché altrimenti ti buschi una bua”. Vedendosi come un atleta ha continuato a esserlo, ha giocato sempre di più e adesso, in una partitella fra over 40 e under 30, si sta producendo in un numero.
Si invola sulla fascia destra. Un dribbling, un sombrero -wow!-, un altro dribbling, un tunnel -wow x 2!-, una finta e poi un ottimo assist. Un suo compagno, pure lui anticonformista, un tipo soprannominato Mandrake, un falso nueve, risale, simultaneamente, da centrocampo e, volando alto, incorna la palla nel sette. Che gol!
Pip, in tribuna, può solo applaudire, clap clap di mani su un animo rassegnato, alla mercé di altrui convincimenti, inidoneo a elaborare credenze in orgogliosa e felice autonomia.
Do un consiglio a questo mio personaggio: leggi “The New York Times”, pensa con il tuo cervello e imita tuo fratello, vedrai che nessuno oserà aggredirti con compatimento, pacche sulla schiena o addirittura qualche giambico sfottò. Se anche qualcuno vorrà inviarti un insulto, di livello 3 nella scala della sottovalutazione, tale critica sarà preceduta e annullata da un complimento, di livello 30 nella scala degli elogi, e il mezzo detrattore ti potrà dire, per esempio, “però, questo baby boomer!”…
Walter Galasso
