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ATHENAEUM
SUPERCLUSTER DI GALASSIE LIT
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RACCONTI
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DI WALTER GALASSO

Un edificio di sei piani, denominato “Gelsomino”, nella periferia di una cittadina, ospita molti esempi di tran tran. Una signora, Elisabetta, stende su un caotico balcone panni freschi di bucato. La donna, uscita dal suo modesto salotto all’incirca tre minuti fa, sta sistemando camicie del marito su uno stendibiancheria. Ella, mentre le mani appendono una botton down del suo Antonio, stringe una molletta fra i denti, prefiggendosi di adoperarla a breve.
Intanto, mentre attende come una robot in gonnella a queste sue mansioni da casalinga quasi frustrata, involontariamente ripensa, in un flashback malandrino e forse impertinente, a un suo ex boyfriend. Si chiamava Max, è stato il suo fidanzato per una dozzina di mesi, poi la loro coppia è scoppiata, e dopo un annetto ella ha conosciuto Antonio, da normale cosa è nata cosa erotica, si sono messi insieme e…ccetera.
In questo momento la sua mente, concentrata ma non troppo nel rito del bucato, è aggredita da pensieri ribelli alla possibilità della pace di granitiche certezze.
Ah, che termine! Certezze… Vattelappesca il sostanziale nocciolo contenutistico di questo vocabolo! Non è un parolone, ma pesa un sacco, forse una tonnellata, e di questo pondo il novanta per cento è rappresentato dal mistero che ammanta e occulta il fondamento delle sue ragioni. Questa cittadina ha spesso evitato, nel suo cammino biografico -zero lode e idem infamia- di chiedersi se una sua idea ch’ella pensava certa, assiomatica, indubitabile, davvero lo fosse. Ha quasi detto a sé “penso che lo sia, dunque lo è”, e ogni esigenza di problematizzazione e approfondimento è andata a farsi benedire. Il suo cervello ha evitato di pensarci per paura, per il larvato timore di perdere un’ancora, un ‘buen retiro’ capace di ospitare e mantenere serena la sua interiorità. Un escamotage che evidentemente somiglia a una rimozione, utile, utilissima ma anche, in ultima analisi, relativamente ammorbata da un non so che d’insipido.
Elisabetta si è abbandonata a questo esercizio di autodifesa -più un meccanismo che un lavoro della responsabilità- soprattutto in amore, e soprattutto nell’arco cronologico in cui prima ha scaricato Max e poi lo ha sostituito con Tonino.
Chi la conosce molto bene, per esempio sua sorella Laura -una sapiente signora che abita nel suo stesso palazzo, all’ultimo piano-, sa che lei era innamorata del primo, fra loro c’erano profonde e profumate affinità elettive. Laura sa altresì che questa sua strana sister non è mai stata pazza del secondo. Gli vuol bene, ma solo un po’. Le piace, ma solo un po’. Dialoga con lui, ma questa comunicazione le dona gioia e culturale soddisfazione solo un po’. “Un po’”, già di per sé espressione di non eccelse quantità e qualità, se diventi fattore d’una moltiplicazione arreca un discreto danno a meravigliosi sogni di gloria.
Elisabetta non è felice con la sua ufficiale metà, che sarà pure dolce, ma al massimo come un edulcorante a zero calorie. E allora perché è convolata a imenei con lui? E, domanda numero due, perché il “Sì” sull’altare non l’ha proferito con Max accanto?
Forse il motivo è semplicissimo: a suo tempo Massimo era uno scavezzacollo squattrinato. Era concentrato solo ed esclusivamente nel suo ruolo di ultrà della locale squadra di calcio. Appartenente a una famiglia disagiata, lui peggiorava la propria condizione economica di partenza apparendo un giovane senza né arte né parte, privo di qualsivoglia idea in merito al proprio futuro lavorativo.
Antonio, invece, pur non essendo un paperone, quando l’ha conosciuta era un borghese con una casa -quella in cui adesso la donna appende panni e chiede al vento di fungere da fon-, un lavoro -impiegato in un’azienda che sembrava in solida forza finanziaria-, si comportava come un giovane uomo assennato, e pareva possedere tanti altri punti di forza. Lei, quindi, può darsi che nelle sue questioni di cuore abbia adottato, nella scelta del suo compagno, criteri, come dire?, non proprio squisitamente romantici.
Non lo ammetterà mai, né a sé né al Presidente della Terra, ma a chi la giudichi con obiettività, e sapendo abbastanza in merito al suo comportamento con i due uomini, può sembrare una tipa che ha agito con utilitarismo sociale in una sfera, quella amorosa, dove invece è bene che trionfino valori come eros, sentimento, passione, autentico idem sentire.
Meno male, da certi punti di vista, che la sua psiche è avvezza a nuotare nella rimozione di cui sopra. La mente non ci pensa, e mentre mente allevia l’inquietudine. Anzi, per descrivere questo processo in modo meno ottimista e più preciso, non la mitiga come un balsamo, sapendo solo evitare che essa patisca un lievito come il Saccharomyces cerevisiae, alias lievito di birra. Limita i danni, e consente a questa casalinga, sull’orlo d’una crisi di rimpianto, di non regredire nel tormento di un masochistico pentimento.
La signora che sta usando uno stendino esteticamente buono, famosa in questo palazzo per la sua igiene maniacale, è un essere umano che occulta polvere sotto il tappeto. E indulge a questo vizio pure adesso. Ricaccia velocemente nello strano buio dell’oblio il ricordo del suo ex, e continua a stendere biancheria.
Un moscio trionfo di routine spadroneggia nell’atmosfera sui metri quadrati di questo balcone, che è una specie di vassoio verso l’altrove, in direzione d’una vaga antitesi alla privacy della sua proprietaria. Un balcone che aggetta e fa rima con l’Io di Betta, con la parte del suo cervello che spera, soprattutto nella parte più subacquea dell’inconscio, di riavvolgere il film della sua esistenza e ritornare dove fu ed ebbe migliori sogni di gloria.
La donna, intenta ad appendere panni e ad affidare alla ventilata aria il compito di asciugarli, non sa che contestualmente a questa ordinaria faccenda le sue mani realizzano uno scenario di implicita, larvata narrativa pragmatica. Quei panni raccontano tanti dettagli del suo focolare domestico, mostrandoli senza dire, comunicando senza avere un mittente dietro e un destinatario davanti.
Lei non ci fa caso, limita solo parzialmente la casualità delle sue operazioni, per esempio nascondendo biancheria intima -soprattutto quella sua- dietro panni meno scottanti e potenzialmente osceni. Per il resto non sa. Non sa che dalla forma di quella eterogenea esposizione i vicini, o passanti che transitino giù, possono evincere usi e costumi della sua famiglia, condizione economica, gusti estetici, stile di outfit, tasso di finezza del consorte, e un eccetera che sporge oltre la ringhiera, recentemente riverniciata da un amico di famiglia.
Questo romanzetto svolazza ballerino sotto un tetto di cui lei è fiera, perché nell’abitazione di una sua cugina, Daniela, parente serpente, l’unico balcone non è interamente coperto dal fondo del verone di sopra, con tutti gli inconvenienti che ne conseguono quando piove. Elisabetta pensa che valga oro questo vantaggio rispetto alla Dany, un’aspirante vip che, siccome è restata ad aspirare, è diventata ancora più vipera.
Betta tenta di bearsi di un altro fattore di propria superiorità: la grandezza del balcone. La casetta di quell’oca giuliva ha poco più di un balcone alla romana, mentre lei… Che vasto piano di calpestio! Qui, se Re Antonio I scioglie la sua riserva e dice “Sì” all’arrivo di un cane, si possono permettere pure un Terranova o un San Bernardo o qualche altro dog taglia Giant, mentre la Daniela dovrebbe accontentarsi di un chihuahua. “Sì, ma tanto, la conosco come le mie tasche, quella superba direbbe che è la sua razza preferita. Non sa ammettere un limite delle sue cose, cerca sempre di girare la frittata e presentare un difetto come un pregio perfetto”: si abbandona a questo sardonico commento mentre si china su una grande vaschetta, dove ci sono i bagnati vestiti che ancora deve stendere, e ne pesca uno.
Quando è perfettamente curva, come un agricoltore intento a raccogliere da terra un meridionale pomodoro, con la coda dell’occhio vede sottosopra una parte del palazzo prospiciente. Sottosopra come il suo animo -ogni tanto ella si è chiesta dove precisamente, nel proprio organismo, esso sia- quando, mentre con due mani sistema una canottiera a cavallo di un oscillante filo, un tremendo pensiero in lei comincia a salire, come un lentissimo ascensore, dal fondo dell’animo all’attico della mente.
I suoi occhi percepiscono il generale caos che regna su questo mezzo terrazzo, dove giacciono, sparpagliati come i crucci di una persona in preda a sensi di colpa, un sacco di disparati oggetti. “Che casino! Devo fare ordine, quanto prima, altrimenti i vicini parlano e sparlano, e a me la danno la colpa, mica a Tonino”. Il pezzo forte di tale confusione è una sporca scala, usata la scorsa settimana da un imbianchino, quando ha rifatto il look alle pareti della cucina. Elisabetta, mentre guarda l’ambaradan, pensa “meno male che Tonino non ha voluto mettere qui la sua bici, come ha fatto, al piano di sopra, il signor Carlo”.
Sembra un normalissimo mumble mumble, anche positivo, perché ella sta mettendo un accento sull’assenza, in mezzo a questo soqquadro, della mountain bike del coniuge, e invece… Invece, quando l’ascensore arriva all’attico di idee chiare e distinte, ella si chiede, sfidando un tabù con sprezzo del pericolo, come sarebbe stata una sua casa se al posto di Antonio ci fosse stato Max.
Già, Massimo. Una molletta le scappa di mano, e quando atterra il rumore del contatto con il pavimento è un patapunfete non inferiore, quanto a decibel psicologici, al frastuono causato dal transito su cemento di un dinosauro con scarpe di bronzo -in un onirico e assurdo incubo, si intende-.
E la benedetta rimozione? E le autodifese dell’oblio corto come oppio? Non qui, non adesso. La sua mente stavolta vuole pensarci, ma la sua eroica volontà, una leonessa dell’etica, non può non pagare, immediatamente, un costo alto. Ella deglutisce saliva, mentre il Vileda Infinity… [lo stendibiancheria] regredisce, nella sua involontaria interpretazione, a oggetto assolutamente insignificante.
Su questo balcone una bici? Max avrebbe messo pure una motocicletta, magari una Harley-Davidson CVO Street Glide, e a lei, a Elisabetta, avrebbe lavato così bene e così tanto il cervello da indurla a dire, vedendo il bolide quassù, “però, che bella idea!”. Un San Bernardo, di 90 chili, intento a passeggiare sul verone, movimento in bilico fra indoor e outdoor, fra stendino scale e vasi di fiori? Anche di più. Quel pazzo sarebbe stato capace di far costruire qui, proprio dove lei ora è, la ‘cuccia’ non di un cane ma di un cavallo. E poi, vestendosi come un principe azzurro e montando in sella, l’avrebbe invitata a salire a bordo, “Vieni, tesoro, così, tutti e due quassù, i vicini vedono meglio quanto ti amo…”. Uomo sregolato, pazzoide e a tratti immaturo, esagerato, anarchico, così libero da sfiorare l’emancipazione dalla forza di gravità {…e tanto, tanto innamorato di lei…}.
Elisabetta ripensa alle anomalie del suo carattere, perché in teoria vuole dirsi che per mille motivi quel giovane non faceva per lei. Vuole pensare che fosse giocoforza farne un ex: in teoria.
Nella dura realtà, su questa via di mezzo fra balcone e terrazzo, la donna, che sta elaborando questi pensieri in una inquieta sospensione delle sue faccende domestiche, sprofonda nella malinconia e nel rimpianto, e una lacrima cade su una camicia di Antonio. Piove sul bagnato. Pazienza, tanto il vento nel tempo asciugherà tutto il bucato.
Walter Galasso

Che meraviglia! Che emozione! E che pugno allo stomaco affrontare la verità! Questo racconto è una bussola che ti orienta e non ti permette di perderti perché lo sguardo di chi scrive ti entra dentro e conosce tutte le tue sfumature, le tue fragilità, le tue piccole speranze. Non ci sono alibi che tengono sotto la lente di ingrandimento di Walter Galasso.
“La mente non ci pensa, e mentre mente allevia l’inquietudine”.
Un capolavoro assoluto che diventa UFFICIALMENTE da oggi uno dei miei preferiti dell’Accademy!