2-0 : PRENDI SU E PORTA A CASA   [Microracconto 3;  Comune: Milano]

DI WALTER GALASSO

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   Milano, Piazzale Cuoco. Un estroverso venditore ambulante, Idowu, tenta di esitare la sua merce, un bric-à-brac in cui il pezzo forte appare comunque una fetecchia a clienti con la puzza sotto una delle due narici. Ha una mise arlecchina, fa assegnamento, nel suo ruolo di agit-prop, anche sulla simpatia del suo linguaggio, e, fra i diversi trucchi del suo know-how, v’è anche -last but not least- una furbata: fa sentire importante ogni potenziale cliente con cui inizi a parlare.
   Arriva Giorgio, che si sta spostando con il cavallo di San Francesco da un punto a un altro della città, e che, adocchiata la sua bancarella, ha deciso di pausare per darle uno sguardo e così cogliere l’occasione per riposarsi un po’. Il commerciante dice “fratello, si vede subito che tu sei un tipo in gamba”. Ruffiano tre punto zero, volpone che sa come fregare il prossimo facendogli credere di stimarlo. La farlocca sviolinata è un tattico preambolo per sbolognargli una scultura che vale ‘zero meno qualcosa’. Il Dulcamara vuole fargli intendere che questo prodotto, pur potendo apparire nel suo fenomeno una schifezza, nella cosa in sé è una sciccheria glamour, contiene un valore che, invisibile a un fregnone, calamita invece un genio come lui. Morale della favola: compralo, prima di adesso, senza esitazioni, così dimostrando tutto il valore del tuo quoziente intellettuale.
   L’affabile mercante cerca di uccellare l’interlocutore, il quale, però, non abboccando all’amo come un pesciolino imbecille, nell’apprendere il basso prezzo di quell’articolo si mette sul chi va là, pensa ‘sento puzza di bruciato’, pendola tra l’istintiva voglia di shopping e una savia istanza di risparmio. Idowu, che fino a poco fa ha dato per scontato un proprio successo, pur continuando a credersi un asso di cazzimma, maschio alfa bravissimo a prendere per i fondelli qualche cliente tondo come la O di Giotto, intuisce che stavolta forse ha fatto i conti senza l’oste. Quel fregnone è lì lì per andarsene, è d’uopo evitare questa waterloo del suo business con un propagandistico escamotage, che lo induca ad aprire il suo dannato portafogli e trasferire una parte dei suoi schei nelle proprie tasche. L’imbonitore si rimbocca idealmente le maniche, pronto a una corvé, a un battage più faticoso d’una zappata, e reimposta il conato di lavaggio del cervello.
   Inizia, in questa specie di remuntada, a stamburare in un’altra direzione culturale la statuetta, sostenendo che, a parte la qualità intrinseca, il nocciolo del valore consiste nel fatto che apparteneva, prima che fosse rubata, a un’Associazione Culturale che ha giocato un topico ruolo in una storica rivoluzione di un Paese extraeuropeo. Chi ne diventi il proprietario, dunque, pagandola quattro soldi, potrà, in un caso record di plusvalenza, rivenderla a peso d’oro a qualche soggetto che, consapevole di queste informazioni, vorrà impossessarsi di un bene indirettamente legato a un Evento Storico. Questo marpione, evidentemente dotato d’una fantasia monstre, rischia di pagare dazio come apprendista stregone. Ha alluso, incautamente, a un furto: e se Giorgio è un membro delle forze dell’ordine e, udita questa narrazione, e non pensando che sia una bufala, voglia approfondire la tematica finendo con il fare l’infame? L’oratore potrebbe essere accusato di furto, rapina, o comunque ricettazione. Meno male per lui che questo soggetto non ha mai indossato in vita sua una divisa, è un ragioniere e, in genere, rispetto a un secondario evento di mala, non se ne può fregare di meno. Non è il tipo che, amante della Legge, appresa una ruberia voglia che venga punita come si deve e vada a metterne al corrente l’autorità giudiziaria. Infatti, mentre il venditore gli ha raccontato le suddette fanfaluche, l’intelletto di Giorgio nemmeno ha messo un accento, nell’ascoltarle e interpretarle, sul dato ‘oggetto trafugato’, id est ‘pezzo d’un grisbi’. È un attore sociale carente di engagement, diciamo un egoista cittadino affetto da agnosticismo -in un’accezione vaga di questo termine- in riferimento al tasso di legalità nello Stato. L’illegalità lo indigna e turba, lo fa incazzare, lo induce a rivolgersi a sbirri e magistrati solo se lo danneggi personalmente, in modo diretto. Idowu, quindi, può stare tranquillo, non verrà trascinato nelle aule di Temi per una delazione di Giorgio, le sue bugie non si riveleranno un boomerang.
   Non sono un autogol, però nemmeno un goal, nel senso che il ragioniere come non vuole andare a spifferare alla madama che lui è un bandolero della mala, coinvolto in un traffico internazionale di roba fregata, così non si risolve a sganciare denaro per comprare l’oggetto. La robusta voglia di risparmiare, che alberga nel suo animo sparagnino sin dai tempi in cui portava i calzoni corti, asfalta come un rullo compressore ogni suo uzzolo di possesso di quel bibelot. Butta in faccia al fanfarone la prima scusa che gli viene in mente per addivenire al ‘The End’ della trattativa e congedarsi da lui: “Guarda, lasciamo perdere, non vedo alcun segno di autenticazione su questa merce, e per me un’expertise è un’imprescindibile condizione d’una spesa del genere” e si allontana lemme lemme. L’altro, restando di stucco per un tale linguaggio, che è arrivato alle sue orecchie come un messaggio astruso e fuori luogo, una pignoleria maniacale, si limita a un’ironica rampogna, che il mancato acquirente, fuggito dal vis-à-vis con lo sconosciuto senza degnarsi di salutarlo, si merita al 101%. Gli grida, quando l’italiano è a una trentina di metri di distanza, “Buongiorno, buongiorno… Lo dico due volte, un saluto è il mio, il secondo l’ho detto al tuo posto!”. E, assaporando la vendetta insita nella bacchettata, pensa ‘Ciapa su e porta a cà’.

Walter Galasso