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Description
On Sunday, November 3, 2013, the MTA’s Verrazano-Narrows Bridge hosted the first mile of the New York City Marathon.Photo: Metropolitan Transportation Authority / Patrick Cashin.
Date
3 November 2013, 15:56
Author
Metropolitan Transportation Authority of the State of New York
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ACADEMY
ROMA CAMPO DE’ FIORI
II
ATHENAEUM
SUPERCLUSTER DI GALASSIE LIT
5
SAGGISTICA
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DI WALTER GALASSO

TCS N.Y.C. Marathon, e il secondo acronimo sta per The Big Apple, metropoli e megalopoli unica al mondo. La tenzone in oggetto è la Maratona più stracult, glamour, trendy, iconica del mondo, e Yemaneberhan Crippa, atleta italiano, vi prende parte, la sua mente e il suo cuore suonando all’unisono una Sinfonia estatica, a tratti connotata da una specie di misticismo dell’agonismo sportivo, e intitolata alla Speranza.
Nel dorato Gotha “Abbott World Marathon Majors”, l’olimpo delle edizioni più prestigiose (e difficili) di questo tipo di mega match, la gara di N.Y.C. è come minimo un gradino sopra tutte le altre. Berlino, Boston, Chicago, Londra, Tokyo e Sydney: chapeau! Gare da brividi, bellissime, adrenalina su di giri, sogni di gloria à gogo, aspirazioni zeppe di dionisiaco ardore, e tanto altro ancora, ma quella di New York… Una moltitudine di metafisici sospiri è d’obbligo, questa competizione appare di un altro pianeta, e le sue ‘sorelle’, al corrente di tale supremazia, non se la prendono, anzi le vogliono bene, le riservano afflato e applausi.
Yeman lo sa, sente l’importanza del momento, alberga in lui un dream immenso, anche se, dato che i sogni non hanno un peso, non possiamo presentarlo come una montagna pesante tonnellate di tonnellate.
Questo Evento si celebra, secondo una tradizione bellamente consolidata nella diacronia della Storia, la prima domenica di novembre. Un dato climatico ambiguo, ancipite, un po’ buono e un po’ no, perché, pur essendo positiva la temperatura per le caratteristiche di questa sfida, come ben sanno gli addetti ai lavori, certe folate eoliche, soprattutto intorno e attraverso qualche Bridge della città, possono risultare una insidia in tremebondo abbinamento con brividi. Cagione di guidalesco? Magari no, ma è un primo elemento con cui fare i conti, soprattutto se alla vigilia della ‘startup’, quando sia iniziato il conto alla rovescia verso il primo attimo di challenge, un atleta già sia esposto al rischio del braccino corto, abbia una turbolenta paura di vincere, si senta dentro una Mission e un gioco più grandi di sé.
Qui è stratosferico pure il numero di spettatori. Non centinaia, nemmeno migliaia, o meglio: sì migliaia ma di migliaia, e il risultato fa milioni. Un pubblico che è PUBBLICO, talvolta etichettato come un solenne Muro Umano. Solenne pur nella sua effervescente baldanza, nell’entusiasmo che dilaga in modo quasi proverbiale, circonda -come una marea di stelle attornia l’astronomico voyage di uno Shuttle- il gruppo dei corridori, a sua volta numericamente elevatissimo, record, in un’orda di pulsioni intrise di speme quasi poetica.
Le richieste di partecipazione, nella corrente edizione, sono partite da più di centocinquanta Stati, 240.000 domande di iscrizione, inesorabilmente e matematicamente destinate a una cernita alquanto strana. La selezione è drastica, ma l’effetto delle ‘forbici’ è comunque un oceano, una cifra monstre: diecimila per sei, una fiumana. La Major di Chicago arriva a 50.000, e scusa se è poco!, ma a New York si arriva a 60.000 (in questa gara anche il numero di finisher, cioè di maratoneti che varcano la soglia del traguardo, è da Guinnes dei Primati).
Yeman, in mezzo a tutta questa gente, è incapsulato in una dimensione per certi versi trascendente e trascendentale al tempo stesso.
Trascendente perché uno in 60.000 si sente magro Io in una sfera così ‘altra’ da condizionare le sue appercezioni, la sua sensazione di contare al cento per cento nella società. Rischia di percepirsi come un essere piccino picciò, esile atomo sovrastato da un insieme di cui non si sente all’altezza.
Però, indissolubilmente congiunta con questo complesso d’inferiorità, vi è un’emozione, opposta, in cui l’individuo sente che l’élan con cui vuole partecipare alla sfida si nutre della massa intorno, sentendola come trascendentale condizione del proprio sentimento atletico. Intanto è immerso nelle intimidite e ‘prometeiche’ sensazioni che prova in quanto è, con elettrico pathos, uno di sessantamila.
I suoi rivali sono tantissimi, e l’ingenza della loro moltitudine è croce e delizia del suo cuore che anela a una radiosa Dike. Da un lato è gagliardo eroe che si esalta nell’ombelico di un compito epicamente proibitivo. Dall’altro non può non provare almeno un filo di sana agitazione nella consapevolezza che il numero dei suoi competitors equivale alla popolazione di Cupertino, sede dell’headquarters della mitica Apple Inc..
Una lievitazione della densità della popolazione protagonista d’una grande sfida può causare spaesamento. Un Guppy in un acquario si sente un pesce fuor d’acqua non solo se qualcuno essicchi la sua patria piscina, trasformando il suo liquido in catastrofica siccità, ma anche se il proprietario dell’acquarium lo riempia di suoi simili. Un fondista timido, fragile, psicologicamente costretto a fare i conti con tot limiti interiori, nella New York City Marathon può spaventarsi, patire l’oceano di colleghi intorno a lui.
Il signor Crippa, trentenne ricco di grinta, no. Il suo animo ospita solo, con pragmatico e lucido senso di concretezza, la savia contezza della difficoltà della meta. La sua psiche ce la mette tutta. Forza, giovane eroe, ti aspettano 42.195 metri in un sinonimo di “Mission: Impossible” e in un contrario di “solitudine”. Egli deve seguire una lunghissima Linea Blu. Deve superare difficili prove dell’eroe, come “Queensboro Bridge”, tutto in salita, zero pubblico, alta pressione nell’imo dell’alma, dove talvolta le rassicuranti idee chiare e distinte non riescono a scendere. You’ve got this!, campione, l’ora della sfida sta per scoccare!
La New York City Marathon number 55 albeggia con un segnale molto più intenso di un gong, prodotto da un pezzo di ingente artiglieria. Membri del Veteran Corps of Artillery della meravigliosa metropoli usano un obice, una specie di cannone, per comunicare ai 60.000, in quel di Staten Island, che è arrivato il momento di militare nella missione dei sogni quasi impossibili. Colonna sonora di questo eclatante start è il celeberrimo brano “New York, New York”, di Frank Sinatra. Scelta savia, opportuna per far capire che la Grande Mela non si limita a ospitare la gara, permeata in modo capillare dal Genio (all’avanguardia) di tutta la città.
Correre qui è ascendere a una vetta culturale, assurgere, sublimarsi. Yeman & Company, i sessantamila protagonisti di una sorta di neorealistico dream della Decima Musa, già poco dopo il primo secondo comprendono empiricamente che in questa situazione spazio-temporale la quintessenza della corsa è un’ascesa in senso lato, perché il primo segmento è proprio una simbolica salita: la tosta scalata di “Verrazzano-Narrows Bridge”. Dall’alto un agente di polizia saluta, a bordo di un elicottero, la sottostante moltitudine, aficionado che le tributa un plauso a nome dell’intero NYPD, il locale Dipartimento di Polizia.
The Queen of Marathons è già in fieri, e ogni runner è in trance agonistica, ammantato di un pettorale -munito di chip B-Tag- così prezioso da spettare di diritto solo a chi abbia nel curriculum la partecipazione ad almeno quindici competizioni. Particolari? Sì, ma atti a denotare, in un ossimiro mitico, importanza universale.
Il tifo intorno agli atleti è un abbraccio ad angolo giro, e arriva a ogni singolo partecipante, che pur ha intorno a sé una moltitudine di colleghi. Yeman sente in sé l’individualismo come fulcro della sua identità, e le due masse intorno -altri maratoneti e il meraviglioso pubblico newyorkese- come suo correlato situazionale, non solo come estrinseca cornice.
I 60.000 incarnano un valore tendenzialmente trascendente nella sua interpretazione psichica in ogni runner. Essi sono una sovrastante moltitudine, che dà a ogni singolo la potenziale sensazione di essere un puntino piccolino di fronte a una categoria incommensurabilmente più grande di sé. Ma essi sono anche una trascendentale condizione dell’estasi agonistica dei corridori.
Il giovane signor Crippa è un aspirante eroe nella misura in cui deve tentare di non vedere nessuno dei compagni davanti a sé quando oltrepasserà la linea del traguardo e sentirà sotto i piedi il confine fra il durante e il dopo di questa ufficiale fatica atlantica. Egli deve provare a porre in essere una progressiva accentuazione del suo protagonismo, che all’inizio è intruppato nel gruppo come un atomo rappresenta una quasi irrilevante parte del tutto, una frazione invisibile a occhio nudo: impresa eroica, appunto, e bisognosa di tanta pazienza.
Nella corsa dei cento metri, disputata precipitevolissimevolmente da ogni atleta, l’avvento della sensazione di possibile vittoria o sconfitta avviene ben presto. Qui, al contrario, una svolta può avvenire dopo decine di chilometri.
E infatti Yeman vive la prima ghiotta “coupure” al chilometro 32. Il gruppone inizia a sfilacciarsi solo dopo l’iniziale salita del Ponte di Verrazzano, la medietà di Pulaski Bridge, l’arduo chilometro del Ponte del Silenzio, il suddetto Queensboro Bridge -scevro di pubblico, cento per cento salita- e il rettilineo di First Avenue. Fino a questo punto il man Yeman, avviluppato nel ‘mega’ di un gruppo grosso modo equivalente alla popolazione di Cupertino, ha corso nella psicologica possibilità di sentirsi un nessuno, attesa l’enorme folla di competitors. Ma, strada facendo, è gradatamente cambiato il suo modo, percettivo e spirituale, di seguire la Blue Line, la colorata striscia che, nel segnalare ai corridori l’esatto percorso, funge anche da ‘ortodromia’ in senso lato, indicandogli il tragitto più breve possibile lungo i cinque boroughs di New York.
Qui ed ora, mentre i suoi occhi percepiscono en passant la meridionale colorata e tradizionale striscia, il suo animo sente che oggi, salvo imprevisti, può conseguire un exploit. Può prodursi in una performance nella quale, fra i 2.200 connazionali partecipanti, fra cui Linus (in gara dopo quindici anni), egli può essere il primo italiano a tagliare il traguardo e, in genere, uno dei primi corridori in assoluto. Splendido il melting pot fra gli atleti, circa 140 le Nazioni coinvolte nella corsa, ma il vincitore della Maratona di Parigi anela all’apoteosi.
Fra lui e lei, la Gloria, un itinerario da divorare con i muscoli delle gambe già stanchi. Il Bronx -con una modifica nel tracciato-, fra Willis Avenue Bridge e Madison Avenue Bridge, poi il falsopiano della Fifth Avenue e infine i rolling hills dentro Central Park sono dimensioni dove Yemaneberhan Crippa ha da superarsi in res gestae affinché sul traguardo su West Drive, all’altezza della 67ª strada, lui transiti nei panni di proprietario d’una medaglia.
Ci riesce. Restano in quattro/cinque, e già la sua mente è ottimista, e il metaforico palato della sua psiche inizia a gustare il sentore del podio. Poi in tre, e infine in due.
Solo il secondo runner di questa coppia, Andreas Almgren, lo precede nel momento topico dell’arrivo. Ma anche il secondo posto, per il man Yeman, è equipollente a un biglietto per diventare un superman ed entrare nella Storia.
Questo maratoneta, un uno che, in mezzo a 60.000 ha corso il rischio di sentirsi nessuno, ha l’onore di leggere su “The New York Times” “Yemaneberhan Crippa of Italy…finished second”.
Walter Galasso
