UN EROE SULLA QUARTA SEDIA DI “ANYTHING TO SAY?”   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 74]

UN EROE SULLA QUARTA SEDIA DI “ANYTHING TO SAY?”   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 74]

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FEATURED  IMAGE

File: Davide Dormino – Anything to say

Descrizione

Scultura in bronzo intitolata “Anything To Say?” e installazione artistica dell’artista italiano Davide Dormino, collocata ad Alexanderplatz a Berlino il Primo Maggio 2015.

Data

1 maggio 2015, 07:00:05

Autore

Davide Dormino

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DI WALTER GALASSO

   Sull’insegna di un Caffè di quart’ordine qualche vandalo ha scagliato una pietra pesante, lesionandolo proprio in corrispondenza del simbolo dell’esercizio commerciale, un drago ritratto nel momento in cui sputa fiamme come un tabagista emana fumo mentre si dedica a una Marlboro non light. Questo rettile gigante ha ali di bronzo e fauci di avorio, sembra un dinosauro indottrinato da qualche guru -il suo sguardo, infatti, ricorda quello di un barone universitario- e guarda in direzione del centro dell’incrocio stradale a due passi dal bar.
   La rottura cagionata dalla ferina e proditoria sassaiola l’ha trasformato parzialmente, rendendolo più misterioso, in bilico fra cattiveria e un suo contrario diverso dalla bontà -la malvagità, ovviamente ma non troppo, non ha solo un opposto-. L’immagine che ha acquisito dopo la metamorfosi potrebbe tranquillamente essere il risultato di un’operazione di arte postmoderna: si sono visti dipinti decisamente più ‘qualunque’ di questo mostro imperfetto. Ha fatto un po’ male alla sua forma la devastazione a cui è stato condannato dalla stupidaggine di qualche teddy boy in vena di bravate. Nella sua nuova fenomenologia colpisce un dato: il lancio dei giovinastri ha sfregiato, nel tabellone, proprio la parte corrispondente a un suo dente. Questo drago ha bisogno di un dentista.
   Forse, a tarda notte, sono arrivati i membri di una scalmanata banda, teppisti che si impipano di questioni politiche ed estrinsecano inciviltà solo deturpando l’ambiente. Approfittando dell’assenza di qualche pantera della polizia, e non avendo paura dei cittadini abitanti nei palazzi circostanti, hanno deciso di divertirsi con un tiro al bersaglio. Un primo delinquente ha tirato con una fionda una noce di cocco, ma il frutto ha preso una direzione ben diversa da quella agognata dalla mira del giovane. Un altro, armato addirittura di un’artigianale catapulta, ha lanciato una zucca, e idem. Il terzo, finalmente, dopo aver indossato un passamontagna per sentirsi simile a un rapinatore che a volto semicoperto in una banca indulga a una rapina, è riuscito a fracassare l’obiettivo del colpo materiale e la meta della sua bacata psiche. Op là, il danno si è posto in essere, nel fragore delle loro risate sceme e urla sadiche.
   Il cartello è stato danneggiato, il titolare, la mattina successiva, arrivato come sempre per alzare con brio la saracinesca, si è ammosciato nel vedere il nocumento, ma non si è preso la briga di ripararlo, forse perché versa in difficoltà economiche dovute a qualche debito, e il risultato di questa rassegnazione è uno scorcio urbano ad alto tasso di fatiscenza e degrado. Un turista che passi davanti a questo numero civico forse si pente di aver deciso la vacanza in corso e rientra con anticipo nella sua città di provenienza.
   Questo locale pubblico è una specie di bettola. Un recente restyling, commissionato dal proprietario a un suo amico neolaureato in Architettura, non è riuscito a sottrargli un senso di losco squallore, equiparabile a quell’atmosfera grigia che spesso si può riscontrare in una sala giochi frequentata da esponenti della malavita.
   Predominano rivestimenti con specchi, in cui si riflette la zazzera di alcuni avventori male in arnese, quasi di stanza in questo posto, dove stazionano per ore in preda a una frenetica voglia di oziare. Dietro il bancone un uomo sovrappeso non dà l’idea di potersi produrre in numeri da barman acrobatico. Probabilmente se provi a fare con bottiglie di vino acrobazie, simili ai numeri che alcuni giocolieri fanno con le arance, quei recipienti finiscono sul pavimento e si rompono in mille pezzi. Alcuni clienti ruttano dopo aver bevuto a garganella da una lattina di birra a buon mercato, e molti ridono, come se quel villano rumore equivalga a una barzelletta stracolma di intelligenza.
   Quando qualcuno entra per ordinare un caffè, o una lattina di Coca-Cola, viene guardato come un forestiero, un alieno a caccia di intellettuale caffeina, perché se un cliente voglia essere definito ‘uno di noi’ dalla popolazione ufficiale di questo sito, accolto con vera simpatia, deve onorare Bacco, anche di prima mattina, e più è alta la gradazione dell’alcolico acquistato, più la reputazione incamera preziosi punti.
   Vietato aspettare alla cassa lo scontrino come se sia un dovere del negoziante. Se Mario, il boss, te lo dà, bene, tu te lo prendi e poi puoi farne quello che vuoi, conservarlo in una bacheca per sei anni o appallottolarlo dopo sei minuti o sei secondi. Se il capo, invece, dopo aver intascato gli spiccioli o le banconote non dà segno di volerti concedere quel ticket (in bianco e nero) di ricevuta, allora il cliente si mostra in cerca di guai se resta lì come un salame, in attesa del foglietto. Non gli venga in mente di pretenderlo, motivando il suo spirito giuridico con frasi come “Sa, veramente se fuori mi ferma la Finanza…”: un amico gli direbbe “Ma tu sei pazzo!”,perché il Mario, se qualcuno si metta a parlare in questa maniera, è capace di abbandonare la postazione dietro la cassa, uscire in avanscoperta, fuori di quella trincea, e prendere a sberle l’incauto utente del suo ‘Bar Drago’.
   Questo è un covo, qui vige una genuina antitesi alla Legge, quando qualcuno varca l’uscio si deve infeudare allo scettro di chi ha inaugurato questo parente povero di un bistrot dopo aver esercitato un altro mestiere, sbolognando, in qualità di venditore ambulante, granite mediocri a turisti in vacanza su spiagge popolari. Chi ha creato il Drago? Mario. Chi, all’alba di quasi ogni mattina da quindici anni a questa parte, viene a celebrare il rito della sua apertura? Mario. Chi mastica amaro quando qualcuno scaglia un masso contro la neon sign? Sempre Mario. E allora comanda il prefato Mario, e la sua più tradizionale clientela conferma questa tesi con un consenso plebiscitario.
   Da un lato una scena e i suoi protagonisti, attori sotto la luce dei riflettori, istrioni che polarizzano su di sé l’attenzione, re del proscenio, campioni in o di qualcosa; dall’altro uno spettatore, che può essersi accomodato in una proletaria piccionaia o avere un palco d’onore, ma, al netto di tali differenze, comunque milita nella serie B di quello show, perché non vi partecipa, non ne è parte integrante, si limita a contemplarlo da fuori.
   Quella scena sta per un’infinità di situazioni. Non è solo lo spettacolo in senso stretto, un palcoscenico, una ribalta dei mass media, un palazzetto dello sport dove si giochi una finalissima: è qualsiasi dimensione spazio-temporale in cui qualcuno agisce responsabilmente, è lui in prima persona a fare qualcosa, è un soggetto nella migliore accezione teoretica del termine, ossia un detentore di volontà operativa, uno che attivamente inerisce a un flusso di prassi.
   Forse già un accesso di prurito e di fastidio sta attanagliando tipi allergici a ogni parola che superi i grugniti dell’età della pietra: “Ma che discorsi difficili!, viene l’emicrania a seguirli, sono fatti da narcisi in vena di esibizionismo sfrenato. ‘Soggetto’, ‘teoresi’, ‘prassi’: basta!, parla come mangi, fatti capire, scendi dal piedistallo, saccentone”. Con pazienza, non santa ma quasi, mi permetto di precisare che, nel parlare dell’antitesi fra una persona responsabile -l’attore- e una che incarni un ruolo di passiva conoscenza -lo spettatore- ho pensato a una circostanza semplicissima: il club di scioperati avventori di un bar, uomini che, assisi intorno ai tavolini posti all’esterno, davanti al locale, guardano il viavai del traffico.
   Un bar, dunque, tale da non risultare particolarmente chic. Questo esercizio commerciale è uno di quelli più diffusi. Giustamente uno scrittore ha pure dedicato un libro a questo termine internazionale, tre lettere equivalenti a trenta enciclopedie, punto di riferimento di milioni di persone in tutto il mondo. Se ogni bar della Terra potesse accendere una luce speciale, diversa da tutte le altre, e se questa illuminazione potesse essere registrata da un remoto satellite spaziale, in uno scatto fotografico memorabile, si otterrebbe una stupefacente immagine del nostro pianeta, una istantanea caratterizzata da una spettacolare moltitudine di questi puntini luminosi. Forse anche nel folto di una selvaggia foresta qualcuno ha pensato bene di aprire un ‘Caffè’, è difficile che sulle ‘Pagine Gialle’ di ogni punto di ogni continente manchi l’indirizzo di un luogo dove ordinare un espresso o bere un succo di frutta.
   Nell’ambito di questo capillare radicamento a livello internazionale è poi possibile suddividere la categoria in tante tipologie diverse, suddivisione dipendente dalle diseguaglianze della società, annoso vizio che resiste alla democrazia, ma tant’è. In questa mappa di classi sociali, stili, gerarchie di finezza, classifiche di bon ton, un bar non è come un altro nei giudizi che i più se ne fanno.
   Io continuo a perorare l’assoluta parità fra ogni locale pubblico come fra ogni uomo, però nell’immaginario collettivo il ‘Caffè Gilli’ nella fiorentina Piazza della Repubblica, sta al ‘Drago Bar’ di Mario come la serie A di uno sport a una categoria di dilettanti. L’alterità è troppo patente perché fra due amici possa verificarsi il dialogo “Posso offrirti un aperitivo?”, “Grazie, molto gentile”, “Bene, e dove andiamo, al ‘Caffè Gilli’ o al ‘Drago Bar?'”, “Mah, decidi tu, fa lo stesso”. Il secondo locale è troppo scalcagnato per avere cotanto onore.
   I suoi affezionati avventori, però, non ne fanno un dramma, anzi sono stati così tanto fidelizzati dal titolare, si sono così immersi nel ruolo di fan di questa taverna quasi caverna, che credono ciecamente nell’opportunità di ritornarvi assiduamente. E se qualcuno gli attribuisca scarso buon gusto, loro, di tutto rimando, se ne fregano altamente, fieri di appartenere a questo ‘club’. Non tradiscono, mica sono voltagabbana, la lealtà della loro propugnata simpatia è superiore alla vanità di farsi vedere in ambienti dell’high-society. Gli verrebbe un groppo in gola alla sola idea di Mario coi lucciconi in mezzo al suo regno deserto, loro emigrati in un bistrot aristocratico. No, non se ne parla, restano dove sono, attaccati con la colla alle loro abitudini, incatenati all’infingardo dovere di un’adesione che implica zero spostamenti. Tornare qui ogni dì sarà come una coazione di stampo ossessivo, operazione ovvia come ricordarsi del proprio nome, tappa obbligata nella reiterazione quotidiana di collaudati abiti mentali.
   E così anche questo pomeriggio, mentre il Sole è appena eclissato da dispettose nuvole, un pool di pigri clienti bivacca intorno ai tavolini del bar di Mario, espletando appunto una serie di passive mansioni da inoperosi spettatori del traffico sulla via prospiciente.
   Fra gli habitué di questo ‘covo’ il più carismatico è forse Alvaro, una specie di prode ‘viceré’ di questo esercizio commerciale, l’unico in grado di competere con l’autorevolezza del padrone di casa, anche se, quanto ad autorità, Mario è ovviamente imbattibile, essendo il titolare. Spesso, però, in ambienti come questo, genuini, semplici, altamente e davvero democratici, l’autorevolezza è più importante dell’autorità.
   Mario dunque ha la prima e l’ultima parola su decisioni come l’ora esatta a cui aprire o chiudere, il canale su cui sintonizzare il televisore, la concessione di altro alcol a chi si stia avviando verso una sbronza, il volume a cui tenere lo stereo -utilizzato in turnover con il piccolo schermo appeso alla parete- eccetera: ovvio!, è lui il capo! Ogni delibera è appannaggio del suo insindacabile giudizio, e solo per un suo gentile regalo può capitare che un avventore possa essere consultato dalla parte del suo cervello che funge da cabina di regia e timone del Drago -suggestivo nome che designa, al tempo stesso, un bar, un simbolo di gagliardia proletaria, uno spettacolo di vivace umanità e un’ideale navigazione dell’amicizia sulle onde della quotidianità-.
   Però se, per esempio, si stia discutendo su una partita di calcio o su una questione politica, e dunque bisogna non dare ordini ma stabilire se un arbitro sia c…… oppure nessuna donna l’abbia mai tradito, allora un Alvaro può anche permettersi di contraddire il gran capo e tanti si allineano con lui, proprio in virtù del rispetto intellettuale che gli portano. Se, in un chiacchiericcio, vi sia in ballo la certificazione dell’onestà di un assessore, e mister Mario, da dietro il bancone, sostiene che quello è un bastardo, solo pochi, fra cui Al, possono prendere la parola e dissentirne. “A Ma’, dammi retta, quello cinque anni fa poteva pugnalare alla schiena l’onorevole che lo spalleggia, allora finito in minoranza nel suo partito e ridotto a uno che non contava nulla. Poteva entrare in un’altra corrente, saltare sul carro dei trionfatori. Poteva, ma non l’ha fatto, s’è mostrato uno leale, che non tradisce il capitano anche se la nave pare che stia affondando. Non è poco, lo sai quante sono le banderuole, quelli che cambiano casacca e manco se ne vergognano, con la faccia di bronzo che si ritrovano”. Se Alvaro spezza una tale lancia in favore di un amministratore locale, allora l’assessore è fortunato, il suo onore è in cassaforte fra le mura di questo bar, perché con un tale difensore tutti ci ripensano, tenendo nella debita considerazione la spassionata e savia arringa dell’avvocato ad honorem Alvaro.
   Quando in un ambiente, di qualsiasi genere e a qualsiasi livello, un soggetto gode di una peculiare reputazione, a prescindere dall’istituzionale ruolo che egli rivesta nella società di cui fa parte, il motivo di questa leadership può essere singolare o plurale e, in questo secondo caso, può ammontare a due o a duemila o a duecentomila ragioni: il perché di un tale potere varia da caso a caso, non esiste una sola ricetta, universalmente valida, del successo morale fra i simili.
   Certe volte, per esempio quando nell’agone politico qualche personaggio diventi sempre più l’ago della bilancia nel ginepraio della dialettica fra tutti i partiti, capire il segreto del suo decollo -a parte i numeri elettorali- può essere arduo. Bisogna studiare a fondo la sua maniera di parlare, i suoi rapporti con tutto il popolo, lo stile delle sue strategie con amici e nemici, la sua astuzia nel rivolgersi al cuore della gente.
   Nel rapporto fra Alvaro e i restanti membri del ‘Drago’, invece, è molto semplice la spiegazione della stima che i secondi nutrono per il primo: egli passa per un uomo coraggioso. Tutti, o quasi, gli riconoscono di non avere paura di nessuno e niente. Evidentemente ne hanno ben donde. Chissà quanti aneddoti -amiconi come sono- ognuno sa a proposito di altri: sul conto di questo ‘viceré’ -non può essere diversamente- corrono di certo voci lusinghiere. Probabilmente hanno saputo che è stato protagonista di tanti episodi di temerarietà, come fare a botte con un bullo, o soccorrere persone in pericolo tra le fiamme, senza esitare a farsi strada fra minatorie lingue di fuoco per portarle in salvo, oppure non leccare i piedi a un potente, mandandolo platealmente a quel paese davanti a tutti dopo aver saputo che si è macchiato di una mascalzonata, e altre res gestae di questo tipo. Mario e i suoi ragazzi avranno i loro buoni motivi per reputare questo loro fratello un uomo d’onore. Lui lo sa, e ne va giustamente fiero.
   Oggi, come tante altre volte, Alvaro è qui, seduto dietro uno dei tavolini esterni del locale, in compagnia di altri sei clienti. L’atmosfera è appunto pigra, sfaccendata, questi uomini appaiono scioperati a persone ‘impegnate’ che transitano lungo i due marciapiedi ai fianchi della strada -ventiquattrore, abiti eleganti, atteggiamento da uomini che ‘contano’, cellulari roventi per il qualificato lavoro che corre nelle loro conversazioni-. E lo stesso Alvaro non può sembrare, in mezzo a loro, una mosca bianca: dall’esterno lui è come tutti gli altri, né più né meno, cioè uno che si gira i pollici bivaccando sulla sedia di un infimo bar.
   All’improvviso succede quello che nessuno si aspetta, un drammatico colpo di scena che scuote la bonaccia del quartiere: una rapina.
   Nei paraggi vi è un istituto di credito, mai preso di mira dalla malavita, ma oggi è diverso da quel ‘mai’. Oggi, senza che nessuno da fuori sospetti nulla, ex abrupto ne escono due banditi. Il dato del saccheggio economico è niente, quanto a gravità, rispetto a un particolare agghiacciante: mentre uno dei due criminali stringe un sacco pieno dei soldi prelevati, l’altro terrorizza un ostaggio. Con un braccio lo tiene stretto, con l’altro punta una pistola alla tempia.
   I clienti del Drago assistono, a non molta distanza, alla scena: non sono proprio a due passi, ma i metri fra quei tre -i due aguzzini e quel poveretto- e i tavolini permettono comunque ad Alvaro e compagni di discernere molti particolari di quel reato in corso, soprattutto il terrore dell’ostaggio. Fortunatamente per quest’ultimo, quando i due fuorilegge arrivano accanto a un’auto di grossa cilindrata il suo ‘carceriere’, invece che sequestrarlo a bordo della vettura e portarselo dietro, lo scaraventa per terra. Poi i due entrano in fretta e furia e l’auto, guidata da un palo e complice, parte sgommando. Evidentemente la cattura di quell’uomo gli serviva solo come scudo qualora, una volta usciti dalla banca, avessero già trovato la Polizia. Siccome le ‘pantere’ si stanno già precipitando sul luogo del crimine, ma ancora non sono potute arrivare, i tre hanno pensato di poter mollare quell’uomo, hanno creduto che la sua presenza ‘scottasse’ più che essergli di ausilio, e allora, buon per lui, giunti nel bolide lo hanno liberato.
   Le forze dell’ordine, al loro arrivo, si dividono i compiti. In sinergia con le pattuglie che si lanciano all’inseguimento dei rapinatori operano, in zona, colleghi che cominciano a chiedere a tutti i presenti se possano fornirgli informazioni utili a stilarne un identikit, o comunque a saperne di più e ad avere più mezzi per poterli acciuffare. Molti sono stati testimoni del crimine, ma fra coloro che vengono interpellati serpeggia la famosa ‘Omertà’, più diffusa e nociva della gramigna. Non hanno visto, non hanno sentito, erano dentro il negozio, oppure proprio in quel momento stavano parlando al cellulare e non si sono distratti, perché la conversazione valeva oro, e scuse del genere. Quei due erano a volto coperto, ma si poteva riscontrare benissimo la loro statura -alti entrambi-, il colore o altre caratteristiche del loro crine -uno chiaro e con i capelli lunghi, l’altro rasato a zero-, e altri dati molto importanti, fra cui la calata della voce di chi ha tenuto in ostaggio quel cittadino. Tutti a dare queste indicazioni agli agenti? Macché, tutti in preda a un’improvvisa amnesia.
   I poliziotti vanno, ovviamente, anche nel bar ‘Drago’: la banca è proprio dall’altra parte della strada, dunque esso è stato un osservatorio privilegiato dell’evento. E infatti tutti i sette clienti di Mario sono testimoni oculari di quanto accaduto. I sei amici di Alvaro hanno seguito quella palpitante situazione con elettrica curiosità, Alvaro invece è stato colpito soprattutto dallo sguardo dell’ostaggio, letteralmente in preda a un incubo, terrore allo stato puro, una paura profonda. Al ne ha avuto pena, e si è indignato per la ferocia di quei banditi, anche sulla base del fatto che li ha visti così spietati e incalliti che se la polizia fosse stata avvisata prima e avesse potuto raggiungere la banca in precedenza, secondo lui quelli non avrebbero esitato, nel farsi scudo con quell’essere umano, a far fare una brutta fine allo scudo.
   Questo è il dato che l’ha più colpito e indignato, egli avendo un animo buono e solidale. Quando un poliziotto si avvicina a loro e, come a tutti gli altri possibili testimoni, chiede se possano fornire indicazioni, di qualsiasi tipo, che li aiutino a catturare quei mostri, Alvaro sente sulla propria persona gli sguardi degli amici. Loro stanno glissando, sono evasivi, hanno fifa come tanti altri, però a lui sembra che gli abbiano lanciato un’occhiata: che si aspettino che lui non abbia paura. Perché Alvaro è uno, lo sanno anche le pietre, coraggioso, che non si tira indietro, un tipo tosto, e adesso, i loro animi sono pronti a giurarlo, glielo dimostrerà per l’ennesima volta.
   Glielo dimostra. Alvaro non può deludere la stima dei suoi compagni, anche perché si è impressa indelebilmente nel suo animo la scena dell’ostaggio col viso atterrito, si è dispiaciuto nel vederlo così, e adesso a maggior ragione lui ha il dovere di recitare il ruolo di cittadino esemplare, che collabora con la giustizia senza reticenza, omertà, infingimenti. Alvaro parla, dice tutto quello che sa, mentre il bar, da covo di ‘spettatori’ neghittosi e falliti, si trasforma in unico ‘attore’ di una bella e valorosa testimonianza, e diventa un Drago che fa un falò bruciando omertà.
   I suoi amici contemplano Al con rispetto e si guardano per dirsi: “Non avevamo dubbi, lui non ha paura di nessuno e niente”. Alvaro giganteggia, eroe sulla quarta sedia della scultura “Anything to say? A Monument to Courage”, di Davide Dormino.

Walter Galasso