“L’ APOCALYPSE”, LIBRO UNICO, 210 CHILI, COVER BY SALVATOR DALÍ, DUE VOLTE FERITO: RUBATO E INVIDIATO   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 73]

“L’ APOCALYPSE”, LIBRO UNICO, 210 CHILI, COVER BY SALVATOR DALÍ, DUE VOLTE FERITO: RUBATO E INVIDIATO   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 73]

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FEATURED  IMAGE

WIKIPEDIA

File : Wenceslas Hollar – Ox and frog

Title

Ox and frog.

Date

Unknown date (author lived 1607-1677)

Dimensions

26 x 17 cm.

Collection

Thomas Fisher Rare Book Library

Current location

Wenceslas Hollar Digital  Collection

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DI WALTER GALASSO

   Una vasta piazza, parzialmente simile a un’aia, spazio racchiuso in un palindromo ameno, come “radar” per chi ama l’intuito. Ma palindromo è anche ossesso, termine che gradevole non è, e forse somiglia a un inquieto angolo dell’animo di Serafino Casamatta, un uomo che in questo momento si trova, quasi per caso, su questa square, prospiciente l’ingresso di uno scalo ferroviario.
   Qui in precedenza, molto prima della presente attualità, v’era una grande distesa di terra, forse bucolica, probabilmente georgica, sicuramente non urbana. Serafino, un indigeno studioso di poco valore, autore pure, a livello pseudopoetico, di colascionate o giù di lì, ha scritto un pamphlet campanilistico sul passato di questa area. Il parto dell’operetta è accaduto, senza ostetrica, alla vigilia dell’inizio del restyling di questo spicchio di città, lavori deliberati, con patriottico slancio, dal sindaco in carica, un amministratore che ha più volte detto “questa piazza è il biglietto da visita per chi arriva nella nostra città in treno”.
   Il furbastro Serafino ha ben pensato di sfruttare il momento, scrivendo qualcosa su questo ambiente divenuto uno speciale indirizzo dell’attenzione della locale opinione pubblica. Sperava, sulla base del mantra “piatto ricco mi ci ficco”, che i lavori in corso, ad opera di prestanti men at work, aiutassero la sua opera a essere pubblicata, a salire sulla cresta dell’onda, magari anche grazie alla simpatia e ai conseguenti favori del signor sindaco. Purtroppo non tutte le ciambelle escono con il buco: nel caso in questione la ciambella è stata sfornata, sì, con il buco, ma con un buchetto, un orifizio insignificante, nel senso che l’autore è riuscito a trovare un editore disposto a pubblicare la sua fetecchia, ma il libro non è poi riuscito a spiccare il volo.
   Da certi punti di vista si può dire: “Ben gli sta!”. Costui, infatti, un figuro che ha tentato di spacciarsi per amante e cultore delle radici del posto e del suo Genius Loci, in realtà, come sa bene chiunque lo conosca più di poco, non se ne frega niente. È un figlio di questa terra, qui nato e cresciuto, la sua evoluzione biografica ha allignato in questi quartieri, egli tifa per la locale squadra di calcio, eccetera eccetera, però il suo animo non prova alcuna pulsione, né positiva né negativa, per il passato alle spalle dell’attuale Comune. E soprattutto è immerso in una totale indifferenza verso l’antico volto di questa zona.
   Forse il Fato, come un salomonico arbitro, ha condannato a un fiasco la sua pubblicazione per punire, nel suo farisaico e utilitaristico comportamento, un fallo di simulazione, atto antisportivo sia sul prato verde di un campo di calcio che, in senso più generale, in ogni tenzone culturale. Lo scribacchino credeva, siccome una bugia dell’animo non può essere sgamata da chi guarda dall’esterno, di farla franca, e invece a livello di condizionamenti metafisici la sua mendacia ha infastidito qualche mistica e occulta forza.
   Ovviamente tale chiave di lettura è uno scherzo -anche le chiavi, fortunatamente, possono scherzare-, mentre è assolutamente certo un secondo errore commesso dal signor Casamatta dopo il primo. Serafino, sfogandosi con un suo caro amico, Giuseppe, ha attribuito la principale colpa dell’insuccesso all’editore, reo di aver realizzato un libro troppo pesante e ingombrante. Secondo lui la mole del testo, una specie di calepino XXL, ha scoraggiato nelle librerie i potenziali acquirenti. “E che caspita! -ha detto all’acme della sua arrabbiatura-, ha fatto un malloppo che può essere usato nelle palestre al posto dei pesi. Forse nel mondo editoriale solo “L’ Apocalypse”, dell’editore Forêt, con la copertina di Salvator Dalí, pesa più del mio libro. Però ‘sto mastodonte, nonostante i suoi 210 chili, ha avuto gloria, mentre il mio lavoro…”.
   Transeat per la citazione a sproposito. Alla sua base v’è il fatto che da anni quest’uomo, che ha conosciuto l’artistico e monumentale libro quasi per caso, ha il vizietto di citarlo ogniqualvolta gli sia possibile -possiamo scrivere “di riffa o di raffa”-, reputando questa sua conoscenza una ‘chicca’ e il pezzo forte della sua dottrina. Ha voluto mettersi in mostra per l’ennesima volta, ma tale debolezza è comprensibile, ci sta. Il décalage fra quei due quintali (e passa) e il peso del suo volume è enorme, lui ha esagerato, ma, attese le circostanze attenuanti generiche, un ipotetico giudice chiude un occhio e perdona parzialmente l’imputato.
   Imperdonabile, invece e ovviamente, è l’infelice paragone fra la propria fatica letteraria, assolutamente irrilevante, e quel capolavoro, originalissimo a livello artistico e pure inclusivo di testi di Emil Cioran, Ernst Jünger e Jean Cocteau, Autori non certo paragonabili all’autore (da operetta) Serafino C.. Parimenti disdicevole il fastidio, misto a meschino livore, da questo signore provato per la gloria di quel librone. Un astio doppiamente infelice, alla luce di un clamoroso e negativo colpo di scena, di cui lui non è al corrente. Quel gioiello purtroppo è stato recentemente rubato, trafugato, nella notte fra il 4 e il 5 ottobre del corrente anno 2026, dal Centro d’arte contemporanea in quel di Issoire, in Alvernia (Francia). Un ‘grisbi’ vertiginoso, quella pubblicazione essendo stata definita “il libro più prezioso del mondo”.
   Serafino e il super libro “L’Apocalypse”, un rapporto di amore e odio, in un sentimento ambivalente ma non troppo. Egli vuole bene a quell’opera, fiore all’occhiello nella produzione editoriale di Joseph Forêt, perché da quando è venuto al corrente della sua esistenza, apprendendo qualche sua caratteristica in un’infarinatura cognitiva, ha usato questa conoscenza per fare colpo. La sua reiterata citazione gli è servita per far vedere che lui è un uomo di cultura, sa cose che tanti altri ignorano, possiede un’erudizione al di fuori del comune.
   Un atteggiamento favorito anche dal fatto che nessuno, fra coloro di fronte a cui ha ostentato questo suo sapere, ha voluto mettere alla prova la sua effettiva conoscenza dell’opus monumentale. Nessuno, buon per lui, gli ha fatto domande in merito a Salvator Dalí, autore della scultura della sua cover, un’opera in oro, pietre preziose, perle, conchiglie, bronzo, con un peso nientepopodimeno che di 150 chili. Nessuno gli ha chiesto info sui quattordici autori ivi presenti. Serafino non conosce nemmeno il nome di tutti. Sa solo tre scrittori -Jean Jono, Emil Cioran e Jean Cocteau- e due artisti -Bernard Buffet e lo stesso Dalí-. Ignora tutti gli altri, per esempio Ernst Jünger, Jean Guitton, Daniel-Rops o Leonor Fini, Pierre-Yves Trémois, Léonard Foujita, per citare solo alcuni dei protagonisti. E comunque, bene inteso, sui cinque da lui conosciuti non sa nulla, all’infuori del nome. Avrebbe fatto scena muta, forse arrampicandosi sugli specchi per celare almeno una parte della sua buia ignoranza, se qualche interlocutore avesse voluto deliberatamente far venire a galla il suo bluff.
   Tutti i destinatari della sua citazione hanno più o meno capito che ‘sto personaggio, simile a un dulcamara, di quel librone conosce ben poco, nessuno ha abboccato all’amo, anche perché si vede da cento metri, e forse pure da mezzo chilometro, che il signor Casamatta non è certo un’arca di scienza. Una rondine non può fare un’intera primavera. Se un tizio tradisce abbondantemente una troppo bassa quantità di cultura generale, e quando parla non dà in alcun modo l’idea di essere un sapientone, non può pretendere di essere credibile se citi il peso massimo editoriale “L’Apocalypse” abbinando la citazione con l’arrière-pensée “adesso ti faccio vedere io quanto sono colto”. Ogni fanfarone e contaballe dovrebbe avere l’accortezza, nel peccaminoso esercizio della propria narcisistica megalomania, di ben calibrare le fanfaluche, facendo sapientemente il passo lungo quanto la gamba, non di più.
   Se un tizio economicamente normalissimo riesca a risparmiare un gruzzolo tale da consentirgli l’acquisto di un orologio Rolex, usato, sfruttando un”occasionissima’ presso l’oreficeria di un gioielliere amico d’infanzia, non deve poi pretendere, con quello status symbol intorno a un polso, di spacciarsi per sardanapalo con yacht da 200 metri, e rubinetti d’oro nel lieu d’aisances, ormeggiato nel Principato di Monaco. Quell’orologio, quantunque lussuoso, se non sia circondato da un coerente frame di ricchezza è solo una piccola cattedrale nel deserto. E se il suo proprietario tenti di usarlo per dare a intendere di essere un paperone, alludendo ad altri (ma non percepibili da chi gli sta intorno) suoi beni da mille e una notte, diventa per direttissima un collega del bauscia sbertucciato nella canzone “6/1/sfigato”. Arriva Max Pezzali, o chi per lui, e gli canta in faccia “Il tuo panfilo a Montecarlo / Io ti giuro, vorrei proprio vederlo/…/Sei uno sfigato…”.
   Serafino, tornando a bomba, è stato fortunato, coloro a cui ha parlato del libro dal peso record non lo hanno messo in difficoltà -o perché persone di buon cuore, oppure perché del tutto indifferenti alla possibilità di sgamarne l’ignoranza e fargli fare una figuraccia-. È anche per questa ‘impunità’ che si è affezionato a quel testo, cullandosi nell’illusione che esso gli sia servito per fare colpo.
   Eppure -e qui inizia l’altra faccia della medaglia, ancora più meschina del Lato A- lo ha tradito -come ho già scritto-, nel senso che si è infastidito perché quel libro, pur pesantissimo, ha spiccato un aquilino volo nel firmamento della gloria, mentre il proprio libercolo, secondo lui troppo grosso, è stato penalizzato, nella tenzone delle vendite entro il mercato culturale, dall’eccesso di grammi.
   È ovvio che nel suo risentimento è stato, ed è tuttora, solo un pretesto il rapporto fra il peso dei due volumi e la diversa fortuna dell’uno e dell’altro nell’ambito della società. Il fuoco, miserabile, del suo astio è solo un sostrato di invidia e frustrazione. La cosa pubblica include purtroppo troppi soggetti che vogliono mettersi a tu per tu con riferimenti più grandi di sé. Smargiassi che non sanno restare al loro posto, esponendosi al rischio di fare la fine della fiabesca rana, in Esopo e in Fedro, che scoppia nel buffo e prometeico tentativo di imitare un bue. A Serafino non va giù che “L’Apocalypse” sia un masterpiece e la sua operetta sul passato di questa città abbia fatto cilecca.
   Adesso, mentre passeggia, solo soletto, nella piazza davanti alla stazione, ritorna a pensare al fallimento della sua campanilistica pubblicazione. All’improvviso appare proprio Giuseppe, l’amico a cui ha svelato il suo fastidio per la differenza di fortuna fra quel testo e la sua operetta. Iniziano a chiacchierare, del più e del meno, finché Peppino “A proposito, caro Serafino, hai saputo che brutta fine ha fatto quell’Apocalisse? Voglio dire quel libro che solo tu conoscevi, e che…”. “In che senso, scusa, brutta fine?”. “Eh, pazzesco, lo hanno rubato. Un colpo davvero clamoroso. Si è sollevato un polverone, molti intellettuali, giustamente, sono molto dispiaciuti per un reato che fa soffrire chi ama la cultura”.
   Il signor Casamatta, di primo acchito basito, un attimo dopo la sua prima reazione inizia a oscillare fra letizia -“Tiè, ben ti sta!”- e un pizzico di dispiacere -“Però, in fondo… Peccato”. Contentezza letizia, letizia contentezza, contentezza… Dove si fermerà il suo animo? Dalla risposta dipende il futuro del suo onore. Se vincerà “contentezza” esso scenderà sotto il grado zero, facendo compagnia alle nullità buone solo a invidiare chi è superiore e a godere, in miserrima Schadenfreude, per eventuali sue vicissitudini. L’esito di questo pendolarismo è una via di mezzo fra le due polarità. L’omiciattolo non arriva a godere, e nemmeno si dispiace. Prevale il lui l’invidia pure per la sofferenza culturale che quel furto suscita in molti intellettuali. “Quante storie! Se avessero rubato il mio libro nessuno, salvo me, si sarebbe dispiaciuto”. Anche in questo modo, apparentemente non violento, può scoppiare un’invidiosa rana che si gonfi per somigliare a un bove. Lo scoppio non fa rumore, ma il livore è comunque un ridicolo errore e un immorale orrore.

Walter Galasso