SCOGLI ROCK, ICONE DI UN ‘NO’ ALL’ OMOLOGAZIONE   [II EDIZIONE]

SCOGLI ROCK, ICONE DI UN ‘NO’ ALL’ OMOLOGAZIONE   [II EDIZIONE]

***

FEATURED  IMAGE

Immagine di Scogli, Mare, Acqua

Foto di La Pupi da Pixabay

*********************************************

DI WALTER GALASSO

   I nodi del vento amano la vivacità dell’ambiente. L’aria pare una festa, senza invitati eppur zeppa comunque di gaiezza. Ad alcuni aficionados dell’estate l’autunno sembra un unno che le attenti con violenza meteorologica, dunque antipatico, ostile, antagonista rispetto a gioia nei cuori. In effetti la temperatura odierna è nettamente inferiore a quella che detta legge, salvo imprevisti, il 15 agosto, però, al netto dell’inevitabile dispiacere insito in questo decremento, oggi il mare pare comunque sorridente. Lui non fa distinzioni fra stagioni, vuol bene a ognuna di loro, ricambiato affettivamente da tutte.
   Il cielo è parzialmente velato, come l’effetto “vedo non vedo” nel look di chi tenga a un outfit glamour e nel proprio abbigliamento voglia includere una nota di sbarazzino mistero. Lassù il grande e giallo Motore Mondiale chiamato Sole si fa eclissare da birichine nuvole senza tradire alcun fastidio astronomico. Lo sapevo, ci avrei giurato: anche lui ama la democrazia, e magnanimo rispetta chi osi disturbarne l’assoluto fulgore.
   Al di qua dell’inizio del pelago uno spettacolo speciale emana da una lunga, irregolare scogliera. Camminare sulla sua arzigogolata superficie è un’operazione suggestiva, stimolante: vietato distrarsi, occorre studiare preventivamente le rock aree dove mettere i piedi nella marcia di avvicinamento all’ondivaga acqua.
   Qua e là la formale perfezione estetica è sporcata e inficiata da rifiuti, buttati da persone che non trattano queste guglie in miniatura come il salotto di casa propria. Eppure anche queste cose di serie C, per non dir di peggio, mi sembra che mi guardino, dal basso in alto, per invocare un riconoscimento di dignità. Alcune di loro sono state utili, sono servite a qualcuno o a qualcosa, e una addirittura, se tanto mi dà tanto, penso che sia stata bella. Il successivo regresso, il passaggio nel girone infernale dell’immondizia, equivalente a una débâcle non drammatica ma comunque desolante, ha dato il colpo di grazia alla loro reputazione. Adesso, ex oggetti perfetti, giacciono, sconfitte e umiliate, fra scoglio e scoglio, perdutamente smarrite nella dimensione dell’abbandono.
   Però non bisogna trascurare, nella valutazione complessiva del loro intimo senso, l’attuale vicinanza all’acqua del Mare. Un onore, una profumata gioia, dentro un microcosmo in cui le gerarchie delle umane società sono parzialmente stravolte. Poniamo che qui, puta caso, venga un Imperatore di qualche Stato, scortato da un esercito di fedeli. Il boss indossa vestiti che valgono un occhio della testa, ha una corona tempestata di diamanti così luccicanti da indurre qualcuno a inforcare un paio di occhiali da sole. C’è pure un prestigioso inviato speciale di una prestigiosissima testata, un giornalista che vuole seguire questo tour del capoccione per poi narrarlo con acribia al suo pubblico. Mi dispiace per l’Imp., ma in una tale situazione penso che non si verifichi alcun cambiamento nel mare, nell’aria, nel vento, nelle nuvole, nelle onde, negli scogli… Tutte queste polarità reagiscono nello stesso modo alla lattina buttata in un canyon nella scogliera e al cappato re dei re. Il quale, comunque, sia scritto per inciso, non se la prende, ché è qui venuto per una bella gitarella, che gli consenta di staccare la spina e bonificare il suo burnout, dovuto alla miriade di suppliche da parte di lacchè più uggiosi di una zecca.
   Penso a questo equilibrio cosmico mentre cammino su queste severe, scontrose rocce. Sono sedi di pittoresche anomalie fenomenologiche, e pure simboli di un rilievo che incute soggezione, tant’è che in qualche favola i piedi di un viandante, capitato da queste parti per caso, possono, sul più bello, iniziare a parlare, dicendo agli scogli stessi “Scusate il disturbo, facciamo sport sulla vostra superficie con il massimo rispetto verso la sua sublime entità. Se, ciò nondimeno, voi non la prendete bene, sarà nostra premura sloggiare, andando altrove a passeggiare”.
   Scogli come piccoli templi a tu per tu con le onde. Spettacolo ieratico, duro durissimo, sovente appuntito come l’apicale vetta di un monte che, nella grande famiglia dell’universo, ne può rappresentare un fratello maggiore. Nel loro complesso sono una tribù paradossale: tutti reciprocamente collegati, coesi in un complessivo affiatamento, eppure ognuno tremendamente originale e chiuso in sé, caratterizzato da un irriducibile individualismo.
   Li osservo prima in una visione a volo di uccello, ai miei occhi piacendo un abbraccio panoramico in questo spionaggio della bellezza altrui. Poi, leggermente attaccato da una puntura di strano scrupolo, avverto l’esigenza di rispettarli meglio e di più, così guardandoli a uno a uno. Si squaderna, innanzi alle mie stupite percezioni, un colpo di scena degno di enfatica menzione: nessuno di loro è uguale a un altro. Regna sovrana, nel loro grandioso insieme, una magistrale, quasi didattica eterogeneità. L’individualità precede la categoria, e fa idealmente marameo a chi, congenitamente affetto dalla lue della distrazione, faccia di tutte le erbe un fascio -e quindi, analogamente, di tutti i rocks una reef-.
   Istintivamente mi giro verso un vicino arenile, e sorrido al pensiero dell’alterità fra la scogliera che qui ed ora mi ospita e il ‘popolo’ chiamato “spiaggia”. Al contrario degli scogli, fratelli diversissimi, i granelli di sabbia sembrano tutti più o meno simili, pur non essendolo. Fra essi possono certamente variare la forma e la quantità -quest’ultima può essere compresa tra 0,0625 millimetri e 2 millimetri-, però, ciò detto, non posso non evidenziare come questi scogli siano caratterizzati, rispetto a quei granelli, da un indice di differenza reciproca assai più alto.
   Li riguardo, sempre a uno a uno, e stavolta mi commuovo. Io stigmatizzo il conformismo, sin da quando ero più vicino alla mia nascita -il poeta Ferdinando Russo forse mi direbbe “sin da quando, o Walter, eri uno scugnizzo”-. Ammiro questi scogli rock e vedo in ognuno di loro la splendida, scultorea icona di un “No” all’omologazione.

Walter Galasso