RIVIERA DI ULISSE, GAETA, IL MARE ACQUIETA UN PADRONCINO DI FURGONE   [ENCICLOPEDIA DI BOZZETTI / 73]

RIVIERA DI ULISSE, GAETA, IL MARE ACQUIETA UN PADRONCINO DI FURGONE   [ENCICLOPEDIA DI BOZZETTI / 73]

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Academy Roma Campo de’ Fiori

II

Athenaeum

SUPERCLUSTER DI GALASSIE LIT

2

RACCONTI

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FEATURED  IMAGE

WIKIPEDIA

File: Spiaggia di Sant’Agostino.

DATA

12 febbraio 2008

Autore

Wento

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DI WALTER GALASSO

   Aria trasparente e leggera, era forse meno attraversata da caos nel passato remotissimo del Tempo Universale, eppure v’è identità, sempiterna e ontologica, fra la sua immagine di allora e quella di adesso. Gli elementi profumano di eternità, sono alieni da contingenza, forse anche dall’influenza delle benedette mode, che lasciano il segno, ma spesso è un’orma effimera, presto inghiottita dal nichilismo d’una peccaminosa dimenticanza. In questa amena località, Gaeta, che include echi sonori e riflessi fenomenologici del Tirreno, splende assolutamente un protagonista della Natura: il mare, l’imperatore che ora io contemplo a due passi dal suo frizzante, sublime inizio. La Riviera di Ulisse emana luce, profuma nella sua bellezza, sorridendo a distanza a tutti gli altri mari del mondo, suoi cari fratelli, tutti belli come lei.
   Intorno a me una sparpagliata moltitudine di slanci, hobby, brusii, parole proferite ad altissima voce -una vicepresidente dell’animo d’una e d’ogni persona-. Fra chi è in vacanza c’è anche chi lavora. Brusche, severe esigenze aggiogano voglie d’una cosmica libertà. Fatica dalle…alle: “che .alle!”, esclama il cuore di qualcuno. Incombe su baldanzosa e sfrenata ‘libido’ un sottile rischio di stress, il che, va da sé, equivale a un trillante fischio, acuto e con due dita a V nella bocca, durante una serissima pièce teatrale o l’orchestrale esecuzione d’una magistrale Sinfonia di un grande Autore.
   La mente nervosetta, una spada di Damocle sul capo, e sulla medesima spada la scritta “burnout”, ira che cova sotto la cenere di…, qualcuno teso come una corda di violino, un altro con un cornuto demonio per capello. Sta addirittura peggio il frustrato travet che, ad ogni umiliazione ricevuta da un superiore che sia seriale autore di maramaldesco mobbing, si allontana, ulteriormente, dalla serenità ‘angiolesca’ ch’ebbe in sogni, infantili, fra le braccia di un compiacente Morfeo.
   Un giovane che mi pare particolarmente infelice per l’esigenza di sgobbare in piena estate, mentre intorno al suo outfit un subisso di vacanzieri se la spassa in edonismo spinto, è un ‘padroncino’ con annesso furgone. Egli lo ha parcheggiato davanti a uno stabilimento balneare -dove, in un angolo, il titolare sta contando banconote con la stessa concentrazione di Pablo Picasso quando ha partorito l’inizio del capolavoro “Guernica”-. Ha da scaricare merce, qual modesta pedina nella filiera inerente al processo di approvvigionamento in quel profano tempio di divertimento. Il giovanotto, spiccio e sprint, robusto e non frusto come possessore di una verde energia, dal punto di vista della tonalità emotiva ce l’ha storta. Lui ama ogni vacanza al mare -gli piace particolarmente la Spiaggia di Sant’Agostino, una delle tante perle naturalistiche nel Parco Regionale Riviera di Ulisse-, ma oggi gli tocca lavorare.
   Non è dato sapere se nella di lui irritazione giochi un ruolo un carattere fumantino, congenitamente irascibile, più di Popeye nella fiction di simpatici fumetti, oppure se solo qui ed ora egli sia permeato di squilibrio nella sua capacità di sorridere al mondo.
   Alleggerisce gradatamente il peso del suo veicolo, facendo la spola fra il portabagagli e l’interno della struttura turistica, con un’espressione facciale simile a quella che può avere un detenuto alla fine di un’ora d’aria in un’asfittica casa circondariale. Scuro in volto, la bocca che ogni tanto sbuffa -e se la vede un cane dogo argentino forse ha paura di esserne morso, e gira alla larga-. Nel suo tempo interiore -un mezzo capolavoro di pulsionale fantasia- ogni attimo di questo compito vale una settimana e ha un peso di circa due quintali -escludendo i grammi delle scarpe-.
   Grrr, il suo orgoglioso animo ringhia un po’ nella mansione, normale o comunque non straordinaria, scambiata dal suo Io per corvée ‘similschiavitù’. Le borse sotto i suoi occhi di leone-cucciolo tradiscono poco sonno alle spalle, forse quattro salti in discoteca, in un postmoderno tourbillon di pazze luci psichedeliche. O forse una sbornia in qualche pub assai trendy. O una notte d’amore fra le braccia della sua fidanzata, una Dulcinea che all’alba, dopo il sesso nella privacy di un’alcova su di giri, può avergli promesso un eterno amore fino a stasera. Quelle occhiaie, quale che sia l’esatta genesi della loro formazione patologica, raccontano l’antitesi fra una parte del suo passato prossimo, arco cronologico all’insegna di un godereccio sballo, e tutto lo scalognato presente in cui il suo fisico da aspirante Sansone sta buttando sudore in riva all’attesa d’una ricompensa economica. Il denaro che gli verrà corrisposto come onorario della sua missione -essa non finirà a breve, il furgone è zeppo di roba- non è sufficiente a placare l’uggia in fieri.
   Nel percepire la sua performance di piccata impazienza mi sovviene, in un flashback del tutto estraneo alle parti più responsabili della mia volontà, il brano in cui Alex Britti dichiara urbi et orbi “Io che volevo vincere i mondiali / e invece mi ritrovo a far la spesa…”. Per un attimo, in una revisionistica interpretazione a posteriori di questa opera, sospetto che l’artista, in possesso di una magica sfera di cristallo, abbia visto al suo interno la parte del (suo) futuro coincidente con il presente dell’operaio che sto guardando, traendo ispirazione dal cozzo, in lui, fra ciò che vorrebbe tanto essere e ciò che, invece e sigh, di fatto è.
   A parte questo atomo di scherzo, che ovviamente vuole solo capire e non certo giudicare, il ragazzo attira la mia attenzione soprattutto per la sbilanciata nettezza -negativamente incavolata, ma adesso questo dato non è importante- del suo umanissimo stato d’animo. Il brano “Sono contento” di Britti, se ne fosse ascoltato dall’alfa all’omega, dunque nel suo mix di sfumature negative e aspetti positivi, probabilmente non riuscirebbe a riportare sulla retta via, almeno per il momento, l’umore di quell’essere umano. Stimmung meritevole di qualche emoji arrabbiata, come icona simbolicamente speculare del suo ‘nocciolo no’.
   All’improvviso succede un parziale miracolo. Il ragazzo, già oltre la metà della sua opera, si concede istintivamente un break. Smette provvisoriamente di scaricare la merce, si asciuga la fronte -madida di sudore internazionale, ché la fatica delle persone è identica ovunque- e guarda altrove, dove lo Spazio significa Mare.
   Uno spettacolo che sa di Assoluto. Tutto, in quel sontuoso big del pianeta Terra, possiede un fascino senza tempo, stupendamente evergreen, in certo senso imperturbabile, quantunque la variazione di nodi nelle libertarie corse dei venti sulla sua superficie ne determinino, giorno dopo giorno, dei palesi cambiamenti nel fenomenologico modo in cui ci appare. Talvolta è mosso, talvolta no, sempre è bellissimo.
   Gli occhi del ragazzo iniziano a sorridere, quello spicchio di Tirreno si specchia nelle sue pupille, piace al suo sguardo e dona Pace al suo animo. Adesso pure questo bravo lavoratore è contento, come Alex Britti e grazie all'”acqua che è nel mare”, poeticamente citata dal cantautore e chitarrista nella sua canzone.

Walter Galasso