![ROB OT, ALIAS LIGHTNING, TRIONFO E TONFO ‘REMINDER’ [DA ARTICOLO (“THE NEW YORK TIMES”) A RACCONTO] ROB OT, ALIAS LIGHTNING, TRIONFO E TONFO ‘REMINDER’ [DA ARTICOLO (“THE NEW YORK TIMES”) A RACCONTO]](https://www.romacampodeifiori.academy/wp-content/uploads/2026/08/Rembrandt_2262_copy_898x1323.jpg)
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FEATURED IMAGE
WIKIMEDIA COMMONS
File : Rembrandt 226
Titolo
La statua di Nabucodonosor
Descrizione
Parte della serie Quattro illustrazioni per un libro spagnolo.
Data
1655
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LINK NELL’ ARTICOLO
ROBOT LIGHTNING, VERY FAST MA NON BASTA: UN REMINDER GUASTA LA FESTA DI UN RECORD [“THE NEW YORK TIMES”, LINK]
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DI WALTER GALASSO

Rob Ot, un velocista professionista, è di corvée, fra sé e sé. Questo stranissimo atleta ha un’invidiabile, fulgida tempra d’acciaio, in quasi tutti i sensi, e il “quasi” non sia reputato un’offesa. La sua forza fisica è una ruggente energia che viaggia in stretto, sinergico abbinamento con quella della sua speciale volontà. Nel suo vocabolario, nel lessico attinente ai suoi usi e costumi non ha diritto di cittadinanza il sostantivo “stanchezza”. Sempre sul pezzo, okay, su di giri.
Una sfumatura della sua grinta ha un non so che di paradossale. La virtù di non mollare mai, di darci dentro avendo sempre tanta birra, di impegnarsi in un eroico disprezzo del rischio (di sentirsi esausto) diventa, almeno negli esempi più alti della sua intensità, una sorta di coazione a ripetere di un pregio. Essa si estrinseca un po’ come succede agli slanci ossessivi in certe nevrosi, e un osservatore che, nel valutarla e giudicarla, volesse trovare il pelo nell’uovo potrebbe storcere il naso e dire “bene, bravo, bis!, ma con riserva, questo campione ha almeno un tallone d’Achille”. Una potenziale critica, comunque, che lascia il tempo che trova.
Premesso il mezzo assioma “non si può piacere a tutti”, un modo di dire che vale pure per Superman, nel caso di questo top player bisogna aggiungere che lui è, da sempre, assolutamente indifferente ai giudizi negativi, da qualsivoglia fonte provengano. Se ne frega al duecento per cento, è impermeabile ai loro suoni e al loro semantico astio, in un’autonomia che, perfetta antitesi all’eteronomia in cui si è alla mercé del parere altrui, può pure simboleggiare un elevato modello di resilienza.
E infatti, buon per lui, in molte palestre e in un numero impressionante di circoli sportivi è spesso preso a modello, nella militante sfera didattica, da adoranti istruttori. Esperti che, nell’insegnare alle allieve e agli allievi il modo perfetto per crescere il più possibile nella pratica della loro disciplina, elevano a dettame numero uno il consiglio “fate come Rob, imitatelo pedissequamente, siate tali e quali a lui nello stile dell’impegno”. Cambiano le parole da allenatore ad allenatore, ma il nocciolo della suddetta dritta è identico: evviva la tenacia e la concentrazione del fuoriclasse Rob, marziano sceso in Terra, grazie a chissà quale exploit della tecnologia più all’avanguardia, per far vedere all’umanità che cosa significhi una purissima eccellenza nelle prestazioni.
Tosto, un duro, davvero il miglior fico del bigoncio. S’è montato la testa e sguazza in un narcisismo pavonesco? No, nella maniera più assoluta, e qui inizia la doverosa celebrazione di un altro suo grande merito, che splende nel suo stile sportivo (ed esistenziale) come un meraviglioso diamante in una gioielleria. Questo champion è completamente assorto nella sua fondamentale voglia di assurgere a megagalattici picchi di performances. È così concentrato, così innamorato della sua meta, e così preoccupato di riuscire a raggiungerne solo la metà -ipotesi per lui esiziale: ne farebbe un dramma- da dimenticarsi dei motivi che lo autorizzano a darsi arie. Può vantarsi ad libitum, ma si astiene dall’hobby della boria, perché lui è un tutt’uno con il suo scopo. Nella sua peregrina mentalità il menare vanto per un successo equivale a distrarsi dalla Mission di anelare a un trionfo successivo.
Che tipo! Davvero di un altro pianeta. La sua proverbiale concentrazione non conosce soluzione di continuità, zero cesure, aliena da quasivoglia desiderio di parolacce come “vacanze”, lungi anni luce dalla possibilità di un periodico calo di tensione in periodi come i fine settimana.
Questa esemplare assiduità s’impenna, fino a raggiungere uno score da Guinnes dei primati, quando si avvicina il tempo di una gara agonistica. Lui, militante nell’atletica leggera, è un riservato e introverso velocista: quando si prepara per una corsa il suo impegno diventa, in certo senso, un bunker, off limits per qualsivoglia condizionamento dall’esterno. In queste fasi qualche giornalista, facendo la cronaca delle sue giornate, potrebbe scherzare e rivelare al suo pubblico “Rob alterna fasi di allenamento con…fasi di allenamento”.
I suoi stoici sacrifici sono allucinanti, rappresentano un’indiretta alienazione travestita da proficua monotonia. Beve poco, mangia pochissimo, non fa l’amore -del resto è single e pure casto-, non naviga in Internet, non esce mai con amici per fare bisboccia -del resto è un lupo più solitario di un misantropo doc-, non… Si fa prima a dire cosa fa, invece che enumerare una chilometrica sequela di “non”: corre, per arrivare in una forma più che perfetta al fatidico momento della gara.
Una challenge che sarà soprattutto una tenzone contro se stesso, per superarsi e udire sugli spalti un battaglione di ultrà che esclamano in coro “ad maiora semper!”.
Un collega rosicone, che non è ancora riuscito, pensando alla schiacciante superiorità di Rob, a farsene una ragione, ha avuto a dire, la settimana scorsa, in un’intervista televisiva nell’ambito di un noto programma sportivo, “Sarà pure bravo, ma fa una vitaccia, le sue giornate sono un inferno. Io, credetemi, non mi cambierei con lui, anche se Rob è molto più veloce di me”. Costui indubbiamente ha partorito queste dichiarazioni anche per assottigliare, nella misura del possibile, il suo lampante complesso d’inferiorità, e ostentare, davanti a tutto il pubblico, l’assenza in lui d’ogni frustrante invidia. Una tipica reazione autodifensiva di un soggetto che si sente una schiappa di fronte a un fuoriclasse. Non si può al tempo stesso negare che nel suo commento ci sia un fondo di inoppugnabile verità. Il signor Ot immola ogni possibilità di edonistico piacere al Risultato su pista. Vi anela con meccanicistico trasporto, privandosi pure, possiamo ben dirlo, del piacere di perdere ogni tanto, perché anche la sconfitta, se non diventi un’abitudine, ha un suo paradossale (e agrodolce) sapore.
Anche oggi, in una giornata malinconicamente caratterizzata da un sole insaccato, Rob è strenuamente impegnato in un severo training. Ormai non manca molto allo start d’una gara a cui tiene molto, una prova (di super velocità) nella quale, tanto per non cambiare, vorrà superare se stesso. Vuole arrivare a un punto che, per l’esattezza, equivale a un luogo dove nessuno è mai arrivato più un ulteriore exploit. Anela a entrare trionfalmente, da una sontuosa porta principale, in un enciclopedico Gotha dei Primati.
Agogna un Record con la maiuscola, vuole sfrecciare più velocemente di un campionissimo, Ain Grep, che qualche anno or sono, facendo meraviglie agli occhi dei presenti, ha percorso la distanza di cento metri in un arco cronologico brevissimo.
Ain fu una saetta quasi perfetta, sfidò il vento e vinse, attaversò l’aria come un’audace provocazione intellettuale prende per i fondelli l’omologazione di un conformista. Quella sua storica performance -già viene studiata in alcune scuole secondarie superiori- implicò una figura barbina di alcuni suoi detrattori -pochi, anzi pochissimi, ma erano così tignosi e rancorosi che ognuno di loro, come umano produttore di calunnie, equivaleva a dieci critici-. Vennero valutati come ebeti tondi come la O di Giotto, insipienti che non capivano un ette. Poveracci, dovettero fare pubblica palinodia delle loro precedenti idee su quell’umano falco pellegrino.
Che corsa epica! Quella sua prestazione, fra l’altro, fu un bel premio per tutti i sacrifici che il velocista aveva fatto nei suoi preliminari allenamenti. Una pazzesca spremuta di proprie energie, equivalente, grosso modo, alla fatica atlantica di un mezzadro coartato dal suo boss a faticare in modo disumano e ripulire le stalle di Augia. L’ovazione che, alla fine della prodezza, ne ha salutato la bravura, da parte di un pubblico in visibilio sugli spalti, è ricordata come un tributo da pelle d’oca.
Applausi a non finire, fan che arrivavano a farsi male nella reiterazione di eterni battimani, e poi due collettivi effetti speciali, di cui hanno parlato moltissimi mass media internazionali nei mesi successivi. La superlativa e sovrumana bravura di quel mandrake, davvero un asso di celerità, gli procacciò prima una ola di tutto il pubblico presente nell’impianto sportivo, in uno spettacolo altamente coreografico -sembrava che a monte vi fosse, come regista, una divinità mitologica, e invece, ovviamente, quella reazione era del tutto spontanea-. Poi, dopo un breve intervallo all’insegna della normalità, lo stesso pubblico ha avvertito l’esigenza di prodursi in una standing ovation. Lunga, volutamente plateale, una plastica e tridimensionale espressione di “chapeau!” verso quel figliolo di un ciclone tre punto zero.
Molti intellettuali ammiratori hanno gridato al miracolo, e gli ultrà più intrisi di una fanatica apologia verso quel peregrino corridore sono arrivati ad asserire, reucci di un’iperbole non priva di sfumature feticistiche, una tesi alquanto azzardata: l’impossibilità di assistere, almeno nella parte più vicina del futuro, a un miglioramento di quel record. Un’esagerazione, spericolata a livello teoretico, ché in qualsivoglia disciplina sportiva e, più in genere, in ogni aspetto dell’umana esistenza è più prudente esclamare “mai dire mai!”, però quella previsione non era comunque un’eresia destituita di fondamento.
Nella storia dello sport ci sono, eccome!, record che resistono a lungo. Un esempio fra i tanti possibili? Non è difficile rispondere a questa domanda, anche se non è neppure facile, occorre avere un minimo d’infarinatura nella branca dello scibile denominata “Storia Universale dello Sport”. La risposta in oggetto inizia con un nome femminile, Jarmila, e un cognome cecoslovacco, Kratochvílová, dunque una collega sia di Ain che di Rob.
Questa donna al di fuori del comune, attualmente baby boomer ma allora, all’epoca del suo exploit, reputata un’eroina senza tempo, a un passo dal divino attributo dell’eternità, partecipò a una competizione negli 800 metri piani. Monaco di Baviera, addì 26 luglio 1983, la superdotata atleta percorre quella distanza in un minuto, 53 secondi e 28 centesimi. Il più entusiasta fra i suoi aficionados dopo un tris di giorni si fa tatuare sul braccio sinistro “1’53″28”, istoriando la sua epidermide con un simbolo di res gestae sportive.
Secondo qualche rumor, mai smentito da lei, in questa giornata la corrusca protagonista dell’impresa, Jarmila, confida a un’amica che è fiera di quella prestazione, ha la sensazione di toccare il cielo con lo smalto sull’indice della mano destra, però non si fa illusioni, sa che i record sono stabiliti anche per essere battuti, e non esclude che già l’indomani, su qualche pista in chissà quale parte del mondo, una collega sarà più brava di lei, e percorrerà la stessa distanza in un tempo inferiore al suo. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, non è dato sapere se tali parole siano o meno un’espressione di fragile superstizione o, come si suol dire, un mettere le mani avanti. È invece certo che, buon per lei, come atleta è una campionessa, ma come profetessa lascia a desiderare. Il suo record resiste nientepopodimeno che per più di anni 43.
Un’imbattibilità così longeva da essere equivalente a un ghiotto ticket per entrare nella Storia, quella Universale, quella in cui trovi pure Ciro II di Persia e Giuseppe Garibaldi. Beata lei!
Alla luce di questo record nel record è chiaro che, tornando al quia, non hanno pensato fesserie i tifosi di Mister Grep convinti che quella sua prestazione potesse restare a lungo su quel dorato piedistallo. Dal giorno in cui essa è bellamente accaduta non sono passati giorni, ma nemmeno 43 anni, solo -si fa per dire- 17. Molti esperti sono convinti, pronti a mettere una mano sul fuoco, che nessuno sarà capace di far meglio ancora per un bel pezzo.
Il signor Ot spera, con un’intensità paragonabile al motore (in funzione) di una Ferrari, di far diventare, già nella sua prossima gara, un marchiano errore la loro previsione.
Si allena, si allena, si allena, finché arriva il grande, grandissimo giorno.
L’attesa ha rapinato in modo aggressivo la serenità di molti tifosi, in spasmodica ed elettrica inquietudine per il timore di un’eventuale défaillance del loro idolo. In teoria se uno è forte è forte, ed evviva codesta tautologia, ma in pratica, nella densissima concretezza dell’esperienza, mai dire mai, può sempre succedere qualsiasi motivo di delusione. La storia dello sport include tanti momenti in cui un campionissimo, normalmente ad altissimi livelli, proprio in un momento particolarmente importante della sua carriera fa cilecca, in un clamoroso, pazzesco sovvertimento dei pronostici.
Basti pensare al tristemente famoso rigore di Roberto Baggio, in data 17 luglio 1994, finalissima dei Mondiali di Football, in quel di Pasadena. Una Finale USA che si è stampata indelebilmente nella memoria di questo campione, Divin Codino e Raffaello, soprannomi da urlo, eppur non sufficienti a evitargli quel pallone volato sulla porta dell’estremo difensore brasiliano Cláudio Taffarel. Giubilo degli avversari, una felicità agli antipodi d’ogni rischio di saudade, mentre in Roberto, nell’imo del suo sentimento sportivo e patriottico, è subito sera, anzi notte, notte fonda. Doveva essere un pro forma, tutti i tifosi, compreso quello che gli voleva più bene, cioè se stesso, erano convinti, in un ottimistico adynaton, che un tiro dal dischetto calciato da quel formidabile titolare d’una leggendaria maglia numero 10 potesse essere fallito solo in caso di sciopero astronomico del Sole, e invece altro che adynaton…
Ha voglia Francesco De Gregori a teorizzare che un pischello o un campione non deve aver paura di tirare un calcio di rigore, ché “Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…”. Ciao Francesco, spero che tu stia leggendo questo “Racconto”: sono ovviamente sincero nel dirti che “La leva calcistica della classe ’68” è una gran bella canzone, su questo non ci piove, e tu, con queste parole profonde e poetiche, hai insegnato bei motivi di lirico aplomb, però Divin Codino, forse in un’eccezione che conferma la regola umorale dove tu volevi andare a parare, ancora si duole di quel maledetto errore. La rima tra rigore ed errore era, è e resterà per ogni giocatore -ore, ore, ore, e aggiungo pure le ore del tempo di un rimpianto diuturno in chi sbaglia un penalty- uno dei peggiori incubi, a fortiori se il ‘non goal’ accada in una nevralgica partitissima.
Quella bruciante sconfitta dell’Italia -auguri a posteriori, ovviamente, al bravissimo Brasile-, per il modo sorprendente e sportivamente drammatico in cui è maturata, dopo la bellezza di 120 minuti di gioco pre-rigori, è la prova provata del fatto che chiunque, anche il primus inter pares in una pleiade sempiterna di campionissimi, può essere sublime nel novantanove per cento del tempo della sua carriera, e sbagliare in un 1% che includa il suo momento più importante.
Nessuno, dunque, dia per scontata l’apoteosi di Rob Ot. Lui, comunque, pur coinvolto in tale pericolo, è aiutato da un fattore che gioca meravigliosamente a suo favore: è imperturbabile, di ghiaccio. All’esterno, in chi lo osservi nei suoi moti precisi, appare fenomenologicamente come un atleta sospinto da un motore al di là di paura e ardimento. Fa quello che deve fare, senza la fifa blu al pensiero di una waterloo, e pure, quantunque in un altro senso del “senza”, senza un’ostentata gagliardia di un eroismo petto in fuori. Vuole assolutissimamente vincere, ma questa sua volontà d’acciaio, sposa di un sangue freddissimo, trae ulteriore energia dall’essere (il formidabile slancio che è) nella misura in cui è giocoforza che non possa non essere.
Se, per ipotesi assurda, questo marziano avesse la sensazione di essere in un mondo in procinto di cascare, e provasse ‘sto apocalittico sentore durante una corsa, continuerebbe a disputarla, forse pensando en passant, in un mumble mumble amputato dalla concentrazione, “prima arrivo a tagliare il traguardo, mio sublime imperativo categorico, e poi mi guardo intorno, per vedere che cosa è questo caos Armageddon intorno alle mie orecchie”.
Lui, è risaputo, tiene moltissimo a un termine, “Honor”, e nel suo animo freezer tale vocabolo, espressione di un importante ideale, coincide con il più intimo nucleo della concentrazione agonistica.
Meno tre.. ci siamo. Mister Lightning entra lemme lemme nel faraonico impianto sportivo: si spera che questa andatura sia la lentezza prima della tempesta (d’una celerità senza precedenti nella diacronia delle prestazioni sportive d’ogni tempo). Da un settore degli spalti si leva, come un augurale inno di gloria, il canto “GOAT, GOAT…”, acronimo di Greatest of All Time. Gli augurano di battere il mitico score di Ain: buon pro gli faccia.
L’eroe è chiuso in sé. Rispetto alla sua introversione il riccio, sotto la sua chioma (vagamente reggae) di orgogliosi aculei, è una creatura espansiva e altamente estroversa. Scaccia chiunque tenti di avvicinarglisi per dargli consigli non richiesti. Non ne ha bisogno, sa abbondantemente il fatto suo. La sua solitudine include un silenzio siderale, e per certi versi stride con l’abissale e intercontinentale moltitudine di occhi puntati addosso. Vedranno la sua performance occhi disparati, in ogni dove, appartenenti a gente semplice e a Capi di Stato, a bandoleri e a stinchi di santo, a paperoni e a poveri costretti a tirare la cinghia, eccetera eccetera. Il suo pubblico è trasversale e planetario, come si confà a un campione del suo livello.
Oggi non corre solo il protagonista della gara: corre anche la vasta gamma di simboli da lui rappresentati. La società delle società, e forse anche qualche lupo solitariissimo finito chissà come in uno spicchio di anecumene, avvertono un’interiore sete di percezioni della sua imminente corsa anche perché con lui corrono domande su un tipo di progresso. È arrivato il momento di svelare un importantissimo dettaglio inerente alla sua identità, in un’agnizione che equivale a sei colpi di scena sintetizzati in pressofusione: Rob è un robot, stavolta tutto attaccato.
E il robot Rob Ot, dopo lo start, non tradisce le aspettative, sue e del suo pubblico. Sfreccia come una saetta, divorando 100 metri in 9,32 secondi. Merita appieno il soprannome Lightning, è riuscito addirittura a battere il record di Ain Grep.
Apoteosi? Non esattamente, o almeno non al cento per cento. Il velocista, infatti, dopo il trionfo incappa in un tonfo, e la parte in meno, “ri”, è un gap micidiale. Va a sbattere contro una barriera di sicurezza. Essa è imbottita, dunque meno male, ma la passiva collisione è comunque una figuraccia mondiale. “The New York Times”, dopo la cronaca di questo incidente, “The robot finished the race by slamming full speed into a padded wall”, ne evince, in un alto commento culturale, che una siffatta e conclusiva collisione rappresenta “a reminder that the technology is still far from perfection”.
Rob Ot ha attinto un trionfo con la coda di un ‘tonfo reminder’, qual gigante dai piedi d’argilla, diventando simile a un’opera artistica, “La statua di Nabucodonosor”, la famosissima incisione di Rembrandt. Se in sé avesse una ricchezza simile all’animo umano, meraviglioso oceano con infinite sfumature, sarebbe comunque onorato di somigliare a un capolavoro dell’Arte…
Walter Galasso
