L’OUTFIT NON FA UN MONACO DELLA GEN Z   [DA ARTICOLO (“THE NEW YORK TIMES”) A RACCONTO]

L’OUTFIT NON FA UN MONACO DELLA GEN Z   [DA ARTICOLO (“THE NEW YORK TIMES”) A RACCONTO]

***

FEATURED  IMAGE

Foto di Janet Gooch da Pixabay

***

LINK

NELL’ ARTICOLO

IL LOOK DELLA GEN Z SECONDO UN GUEST ESSAY SU “THE NEW YORK TIMES”   [LINK]

*********************************************

DI WALTER GALASSO

   Non è dato sapere dove si trovi in questo momento il famosissimo monaco che non è fatto dal suo abito. Io conosco qualche suo allievo -il Guru ha numerosi adepti-, per esempio un giovane della Gen Z, un ventiquattrenne che molti chiamano Frà, e so che in questo momento è in vacanza, nella bellissima New York. Non ho invece la più pallida idea dello spazio in cui attualmente il suo Maestro sta soggiornando e probabilmente, se tanto mi dà tanto, regalando gratuite lezioni a qualche adorante discepolo. Non credo che egli versi in qualche particolare problema, però, egli avendo molti nemici, sono comunque un po’ preoccupato.
   È d’uopo chiedersi dove egli abiti e, soprattutto, se sia incappato nella scure d’una clamorosa scomunica dall’alto. O se, in modo meno grave ma pur sempre drammatico, il suo protagonismo gli sia costato un moto di invidiosa antipatia da parte di qualche vero monaco, iscritto, con tutti i crismi della burocrazia, a un solenne Albo dei Frati.
   Per intere e lunghe epoche l’umano protagonista del proverbio “L’abito non fa il monaco” ha avuto una pessima stampa, e anche oggigiorno sono tanti i suoi detrattori. Nemici giurati, lontani decine di anni luce dalla possibilità di darci un taglio con le loro reiterate, quasi ossessive critiche versus la già compromessa reputazione di questo soggetto, un tipo che, fino a prova contraria, viene reputato un bieco millantatore o giù di lì.
   I suoi avversari sono specializzati nel farne la vittima sacrificale di un sadico, impietoso tiro al piccione. Ne dicono di ogni, lo calunniano a tutte le ore del giorno e della notte -facendo a turno in questo dileggio, si intende-, dando sovente l’impressione di divertirsi in questo collettivo accanimento.
   Stravincono, va da sé, ché lui -da adesso in poi lo chiamerò Bartolomeo, o Meo, o Bartolo- è, in questa battaglia, solo soletto, senza colleghi, squallidamente prigioniero di un individualismo sterile, mentre loro rappresentano una maggioranza soverchiante, e ogni impari match “uno contro tanti” non può che risultare, film di Superman a parte, un walk-over, una tenzone antidemocratica e squilibratissima.
   Se, puta caso, una Corte Suprema, chiamata a giudicare questo linciaggio dall’alto della sua adamantina imparzialità, si prendesse la briga di realizzare una visione ai raggi X dei suddetti critici, soprattutto nei frangenti in cui demonizzano Bartolo, al novantanove per cento vi leggerebbero razzismo, voglia a priori di emarginarlo in una preconcetta ghettizzazione. Si portano sulla coscienza, nella diuturna storia delle loro filippiche contro questo signore indifeso, ripetuti e disdicevoli processi di ostracismo.
   Mai avesse indossato, tapino Meo, quel benedetto abito! Quante soddisfazioni quell’outfit può avergli procurato? Dieci, quarantasette, al massimo cinquantaquattro, proprio a voler abbondare. Praticamente una pinzillacchera, assai simile a uno zero tondo tondo, rispetto alle rogne che gli ha procurato, nei giorni pari e pure in quelli dispari.
   Non stona, qui ed ora, una bella reductio ad unum nel processo di comprensione e sintesi della vasta gamma di contumelie indirizzate contro l’onore della sua reputazione.
   Nel “dagli all’untore!” intonato coralmente, da est sud nord e pure ovest, contro ‘sto martoriato monaco le sfumature sono tantissime, non come il numero di alberi nella Foresta Amazzonica ma comunque superiori agli uccelli in questo momento presenti in quel di Venezia. Di primo acchito pare che si imputi un sacco di peccati al disgraziato e perseguitato Bartolomeo, seduto idealmente su un banco degli imputati come un’anima in pena -e certa di essere al centro di un processo farlocco, con la condanna già scritta nella fase startup del procedimento giudiziario-. E vorrei dire! Lo tirano in ballo in una sconcertante pluralità di scandali! Sembra che c’entri lui con l’intellettuale bluffeur, che ha pubblicato molti libri con una casa editrice dell”Ancien Régime’, ma ognuna di queste operette non vale un fico secco. Con qualche influencer che, al netto dei suoi tantissimi follower, è un pirla che quando vada bene è un tipo banalissimo; quando vada male eccelle solo nel diffondere post pieni di volgarità trash o, peggio ancora, violenza di vario genere. Sembra altresì che c’entri Meo col maranza che scorrazza in città a bordo di un macchinone e poi, quando qualcuno fa la tara alla sua apparenza, scopre che quella fuoriserie ne è stata noleggiata, essendo sua solo nei suoi migliori sogni. E un abito che non fa il monaco è anche, last but not least, l’ostentato progressismo di un soggetto che si atteggia a campione di democrazia e poi raccomanda amici e amiche -e la giustizia della meritocrazia?- e spara a zero contro chi la pensi, a livello dottrinario e ideologico, in modo diametralmente opposto -e la tolleranza perorata e insegnata dall’Illuminismo?-. Il paradigma di questi -e di tanti altri- tipi negativi è sempre lui, Bartolomeo, a prescindere dal calcolo scientifico del grado di effettiva pertinenza in questa specie di correità.
   È chiaro che, egli essendo accostato a tantissime categorie di falsità, e in disparati ambiti sociali, qualche frettoloso analista può pensare che Meo debba pagare il fio di un mucchio di peccati e reati: error. È arrivato il momento di un drastico revisionismo nella storia delle interpretazioni di questo superman della sfera proverbiale. A ben vedere, infatti, se si sfrondi la quantità industriale di accuse -un fantastiliardo di parole in esubero- contro di lui, e se, ovviamente, si prescinda da qualsivoglia pregiudizio, emergerà in modo univoco, chiaro e distinto un dato inoppugnabile. In ultima analisi esiste un denominatore comune in tutti i paragoni fra lui e tipi che non la raccontano giusta, cioè l’idea che questo non monaco, nell’indossare un abito da monaco, tale appaia avendo voluto, scientemente e deliberatamente, ingannare il prossimo, fregare chi lo guarda e non conosce prima qualche dettaglio della sua vita privata.
   Se cada questa premessa, e con essa tutte le idee che le orbitano, più o meno direttamente, intorno, crolla tutto l’impianto accusatorio contro la sua fedina penale. Qualora un tizio indossi un abito che lo fa apparire monaco, lui non essendolo davvero, e non lo abbia fatto apposta, lungi da qualsivoglia brama di un equivoco interessato, l’attore “pseudomonaco” non è sedicente, non millanta credito, e va quindi assolto perché il fatto non sussiste.
   Io non ho mai conosciuto lui direttamente, ma conosco benissimo il suo allievo e mio amico Frà, e so che chi conosce ambedue sottolinea come siano tali e quali, come l’epigono sembri un fratello gemello -dal punto di vista culturale, a parte la differenza d’età- o un figlio dell’altro, suo alto paradigma.
   Già questo dato giova alla rivalutazione del monaco senior, perché Frà, lo so per certo, ha tanti difetti -come me e come tutti, errare è umano-, ma è assolutamente alieno dalla colpa di voler ingannare chi lo circonda. È spontaneo, detesta occultare la sua vera identità, costi quel che costi. Trasparente, leale, franco, mai falso per gretta convenienza.
   A ciò si deve aggiungere un saggio pubblicato recentemente sull’importantissimo giornale “The New York Times”, un’altra sua perla di cultura. L’opera è intitolata “Gen Z-ers Dress Like They’ve Never Worn Clothes Before”, by Thomas Morton. Lo scritto insegna, fra l’altro, che la Generazione Z è autrice anche di una rivoluzione culturale nella dimensione fenomenologica dell’abbigliamento.
   Prima, tanti anni fa, dal look di uno sconosciuto potevi evincere un sacco di implicite informazioni sulla sua personalità, il che, va da sé, ne testimoniava qualche condizionamento a priori di troppo, facendo sorgere il sospetto che quel soggetto non fosse totalmente libero, fosse “se stesso + una montagna di influenze a monte”, un “+” che, dunque, somigliava paradossalmente a un “-“.
   Le e i giovani della Generazione Z, invece, hanno posto in essere, senza mai averlo deciso scientemente un bel giorno, un’autentica palingenesi in questa direzione. Nella loro mentalità “Casual” assurge a livelli stratosferici. Si vestono, di volta in volta, come gli va, il loro outfit è estemporaneo, autonomo, puramente ‘autogeno’, e riflette solo la loro verità, i gusti partoriti dalla tonalità emotiva presente in loro al momento della vestizione. E, in questo slancio di fresca libertà, sono capaci di vestirsi al venti per cento come un personaggio trendy visto in Internet, al dieci come un vescovo, al venticinque come Che Guevara, al dieci come un top manager, al quindici come un campione di football quando si tuffa nella movida di Ibiza e al venti come un writer. Liberi, liberissimi, emancipati da ‘a priori’, se stessi, mai genuflessi a modelli che preesistano ai ruggiti di autonomia in cui amano fare tutto, anche vestirsi.
   Il mio amico Frà, o il suo quasi fratello Bro -sono così affiatati da somigliare a chiave e materozzolo-, o qualsiasi altro giovane come loro possono anche decidere, prima di uscire di casa e dopo un sogno all’avanguardia fra le braccia di un Morfeo in versione hip hop, d’indossare i vestiti da frate con cui un loro fratello maggiore s’è travestito in un carnevale d’anni fa, ma prende un granchio chi, quando vanno a fare quattro passi, nel vederli e nell’intuire subito che non sono dei veri religiosi, borbotti “perbacco, che impostori, ma a me non la danno a bere… eh, è proprio vero: l’abito non fa il monaco”.
   È vero, appaiono monaci e non lo sono, ma non hanno mai voluto prendere in giro nessuno, perché nel modo di vestirsi non vogliono denotare alcuna appartenenza categoriale. E se vedano un fighetto che vuole impancarsi a intellettuale, per fare solo un esempio, come minimo pensano “bruh, che bot NPC da tre soldi!, Wannabe più di un pappagallo”. E comunque uno come Frà critica chiunque si acconci in modo artificioso, anche se non voglia dar l’idea di essere come…, perché per lui in una persona già il mero non essere come sé la rende sfigata e tryhard. Chi finge vuole roastare qualcuno, e chi roasta, cioè prende in giro il prossimo con la sua apparenza affettata, è un buffone, main character a tutti i costi, che pusha l’autenticità. Il modo migliore per drippare è, paradossalmente, non volersi mettere in mostra, indossando un look in modo assolutamente spontaneo, senza alcun preesistente modello di riferimento, proprio come, appunto, se quell’abbigliamento sia il primo che uno Gen Z’er abbia scelto da quando si veste da solo e con il proprio cervello.
   Questa chiave di lettura, che probabilmente è perorata da molte persone, perché le ragazze e i ragazzi della Generazione Z hanno molti fan tra chi studia la società con una limpida obiettività al di sopra delle parti, adesso, dopo l’insegnamento del NYT, gode di un importante avallo.
   Io stimo Frà, stimo anche una delle persone -un amico in comune- che ha detto -l’ho sentito con le mie orecchie- “Frà e il suo Maestro sono identici nel loro modo di comportarsi in mezzo agli altri, uno pare il clone dell’altro”. Sulla base di questa coppia di presupposti io spezzo due lance in favore del monaco anche se la loro somiglianza sia a un livello minore. Non ho dubbi: se il monaco che non è fatto dal suo abito abbia solo il cinquanta per cento della trasparenza, morale e caratteriale, di tante e tanti giovani della Gen Z, come il suo allievo e mio amico Frà, merita sinceri complimenti, in una rivoluzione nella storia della saggistica inerente ai proverbi.
   Caro monaco vip, calunniato dai benpensanti più dell’ilare upupa dai poeti in “Ossi di seppia” di Eugenio Montale, se non hai voluto e non vuoi prendere in giro nessuno, e sei solo te stesso in mezzo a quell’outfit, continua pure a indossare la tua tonaca da benedettino o il tuo saio da francescano. Usa il cingolo come un sindaco la fusciacca. Ammantati d’una scapolare come una sciura si adorna di un foulard. E se qualcuno, vedendo la tua cocolla, la interpreti un paramento di qualche massoneria, e tu detesti tutte le massonerie -dall’alfa all’omega, esecrando anche quelle che fanno fare carriera-, te ne devi fregare. Continua pure ad agire dentro quella cocolla, se la molla che ti spinge a sposare un tale look è solo un aulente amore di frizzante libertà.

Walter Galasso