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Foto di Leila Schmidt da Pixabay
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DI WALTER GALASSO

Chanel S.A. ha recentemente realizzato una sfilata stupefacente, “Chanel Cruise 2026/27”, nella suggestiva cornice di Biarritz, in Francia, luogo altamente simbolico, in quanto teatro dell’apertura della prima casa di moda di Coco Chanel, nel 1915, archetipo di tutte le straordinarie performances, anche culturali, poste in essere, da allora in poi, dalla prestigiosa Maison.
Fra i tanti meriti di questo laboratorio di arte conta il prezioso contributo dato all’emancipazione della donna. L’estro nella creazione di un’avanguardia nella fashion ha infatti implicato e significato anche, in una specie d’informale paradigma, una innovativa tipologia di outfit. Una metamorfosi a trecentosessanta gradi, tanto in haute couture quanto nel dispari perimetro del prêt-à-porter, che comunque in questa Casa è meno antitetico -rispetto alla Weltanschauung in auge in altri brand- alla polarità dell’alta moda, anche per la presenza, come estroso denominatore comune, di una funzionalistica e pregnante semplicità.
Una destrutturazione di invalenti modelli barocchi, una riduzione (di grandeur e di pomposa affettazione) atta a valorizzare il pianeta lavoro e la dimensione d’una operativa quotidianità nella vita di tante donne. Evidentemente, dunque, una proposta di nuovi modelli di abbigliamento in una coupure che ha nettamente esulato dai confini di una moda fine a se stessa, per donare alle donne un look culturalmente funzionale. Abiti semplici e utili per valorizzare un agio nello spare time e un grintoso impegno nella sfera del lavoro.
È nel DNA, per così dire, di questa Casa la Mission di un’esemplificazione di stampo emblematico, nel solco della concettuale voglia di debellare stereotipi subdoli.
Prima di questo Big Bang l’esaltazione di uno sfarzo sibaritico faceva il paio con un larvato inganno: non guardare negli occhi la vera donna a cui un abito era destinato. Molti solevano dedicarle, anche per una coazione a ripetere di tipo tradizionale ed epocale, un vestito super -pure nel senso di un’overdose di dettagli- che, ammesso e talvolta non concesso che le si attagliasse fisicamente alla perfezione, non aderiva altrettanto alla sua personalità, al suo vivacissimo animo, alla sua personalissima visione del mondo. Anzi tendeva, appunto in un larvato inganno, a occultare il vero Io di una persona, trattata come anonimo pretesto di una mise da un lato sovrabbondante -se non proprio ai confini di un’artificiosità kitsch-, da un altro impersonale.
Chanel, in un encomiabile pionerismo, con l’avanguardistica capacità di alzare coraggiosamente l’asticella nella sua avventura demiurgica e voler volare alto come un’aquila glamour della moda, ha disegnato nel suo importante settore un nuovo orizzonte, una fase che ha apostatato da premesse di secoli e secoli, inaugurando un metodo nuovo di zecca. Ha sfrondato per meglio decantare, ha esemplificato -l’aspetto fenomenologico di un abbigliamento- per renderlo paradossalmente più ricco. Soprattutto più ricco di dignità delle sue clienti, finalmente nella condizione di sentire il rispetto verso il proprio nome e il proprio cognome, verso la loro precisa identità.
Il marchio parigino già prima di diventare celeberrimo e stracult ha dimostrato di possedere in modo straordinario la voglia e la capacità di inserire, nel composito e caleidoscopico universo delle due C del mitico logo, un nuovo ideale di donna. Libera, affrancata da ogni imperfezione d’impari opportunità rispetto agli uomini -a tal riguardo merita la dovuta sottolineatura l’introduzione, negli abiti del brand, di dettagli simili a quelli di un look al maschile: scelta non solo e non tanto estetica, essendo soprattutto figlia dell’intenzione di marcare il dovere di una similitudine fra l’importanza di ladies e gentlemen, in un’uguaglianza di lavoro, potere, protagonismo, rilievo culturale…in tutto-. E una donna rispettata anche nella sua femminilità, valorizzata sin dalle prime creazioni di questa futuristica Casa.
Ho voluto lumeggiare questo stile, contraddistinto in modo particolare da una sobrietà ricca di fertilità semantica, anche per premettere un radioso background a un’enfatica sottolineatura d’una spettacolare ‘chicca’ presentata dalla Maison in quel di Biarritz, nel Casinò. Un articolo, à la page e ‘virale’, rampollato dall’estro di Matthieu Blazy, nuovo direttore creativo, al suo debutto, in questa gloriosa famiglia professionale, nel suo duplice ruolo di dirigente e stilista: i nuovi sandali “Cap-Heel”, calzature ridotte ai minimi termini, consistendo di fatto in scarpe in gran parte scevre di suola.
Ho già dedicato a questo peregrino accessorio “UNA BREVE: FLASH 2”. Un articolo in cui ho evidenziato il giudizio, culturalmente elegante, di “The New York Times”, che gli ha attribuito “a metaphysical paradox”.
Molti analisti, invece, abboccando all’amo di apparenze che ingannano, hanno espresso valutazioni negative, equiparando queste calzature a meri ‘copri talloni’, definendole, con un pizzico di astio giambico, “scarpe senza scarpe”. Questi detrattori hanno frainteso l’estrema semplicità materiale dell’oggetto, scorgendo in essa un’utilità così limitata da sfiorare l’assurdità concettuale.
È invece chiaro, anche alla luce dell’excursus di cui sopra, che la Maison ha voluto, con questa icona di minimalismo spinto, volare alto, su un piano di simbolismo culturale, e perorare la tesi, a lei cara, di una sobrietà intesa come squisito coefficiente di classe glamour. Nella sua filosofia creativa un prodotto diventa più chic mediante sottrazioni, non con addizioni, pro quantità e antiqualità. L’obiezione “scarpe così risicate non servono a nulla” è errata a priori, anche perché Matthieu Blazy ha evidentemente lanciato un messaggio dottrinario, prescindendo dalla volontà di creare un oggetto banalmente utile e ‘banausico’. La sua creazione -sandali presentati in un poker di tonalità cromatiche: argento, nero, oro, rosso-, in parvenza un semplicistico cap-heel, è innanzitutto un tridimensionale simbolo d’un minimalismo teoretico e costruttivo. Un ‘meno’ (-) può dare di più (+) di un ‘più’, “less is more”: questo il canone che Chanel ha caldeggiato sin dagli albori del suo protagonismo internazionale, suffragando un’eleganza esponenziale ed eroica, fondata su un geniale lavoro di acconcia parsimonia.
Nella limitata estensione di queste shoes è possibile leggere in filigrana una serie di ricchi significati, invisibili a chi, a livello ‘ermeneutico’, si fermi all’apparenza di un basso tasso d’utilità. Anche quest’ultimo dato è intrinsecamente rilevante. Il voluto, deliberato, scientemente perseguito gap di comodità, infatti, rappresenta altresì un ideologico attacco frontale a un primato ‘borghese’ -in un’accezione doverosamente non critica dell’aggettivo- del comfort come ossessivo criterio assiologico di qualità.
È opportuno ricordare che nel ritorno alle origini, celebrato da Chanel Cruise a Biarritz, si è celebrato anche il teoretico e spirituale valore d’una poetica gioia di vivere e, in un’inclusione simile al principio della matrioska, la Libertà della persona. Un senso di coniugazione dello slancio emozionale atemporale, in auge già in ere primordiali, con il postmoderno anelito al superamento di convenzioni che regalano funzionalità e/ma possono sottrarre tendenzialmente alle persone la freschissima ‘anarchia’ lirica dell’individualità.
La scarpa, come qualsiasi altro articolo in qualsiasi altra categoria merceologica, ufficialmente fa, come lavoro sociale, la protettrice del piede. Lo ripara dalle ‘esogene’ insidie, potenziali o reali, provenienti dal contatto situazionale con l’ambiente circostante. Gli dona, nella sistematica avventura della deambulazione, maggiori agio e sicurezza, rendendo ogni sua parte, dalla pianta a tutto il resto, più tutelata, e magari, se tale accessorio sia costruito a tenore d’illuminata razionalità, ponendolo nella sportiva condizione di dedicarsi al suo verbo preferito, “camminare”, con più chances di successo salubre e atletico. Queste, e tante altre caratteristiche, fanno parte del suo ‘mestiere’, ovviamente rispettabilissimo, positivo, meritevole di lodi.
Però, pur nessuno potendo confutare dialetticamente tale positività, in una shoe la funzione non è tutto, essendoci, in essa come in ogni altra cosa, anche altri connotati, per esempio (ma si può anche scrivere “in primis”) i significati estetici e quelli, spesso imparentati con i primi, simbolici. Non solo: conditio sine qua non per interpretare le calzature in un approccio analitico esaustivo, ad angolo giro, è il ricordo di un dettaglio non da poco: esse funzionano al costo di abbassare la spontanea libertà dei piedi.
Matthieu Blazy, e con lui tutta l’illustre Maison in cui opera, ha evidentemente voluto privilegiare questi aspetti, secondari solo in una visione del mondo in cui il pedissequo rispetto di leitmotiv edonistici e utilitaristici venga prima della ricchezza interiore della persona. Nella creazione in oggetto, i sandali “Cap-Heel”, si piccona alla base l’ingannevole concezione secondo la quale la tautologia “la scarpa è una scarpa e non è tutto ciò che le sia antitetico o diverso” includa un’assoluta estensione materiale della scarpa medesima.
Il giudizio “scarpe-senza-scarpe”, di “NSS MAGAZINE”, scaturisce invece dal presupposto, appunto opinabile, che una scarpa sia tale solo a condizione che materialmente ammanti l’interezza del piede. La rivista attribuisce al sandalo Cap-Heel un record nell’essere una scarpa senza se stessa, presentandolo come “l’esempio migliore” di tale (presunta) incoerenza, e contestualmente dichiara, con un’enfasi veicolata anche dall’uso di un grassetto tipografico, “impossibile…indossarlo così com’è” oltre il perimetro di un appartamento. Una critica che si basa sul presupposto che il senso di questo accessorio si misuri con il metro della funzionalità; idem “Fanpage”, per cui questi oggetti sono “sandali per stare scalzi”, cioè ai bordi dell’assurdità; idem “Il Post’, che li valuta “sandali a metà”; idem…
L’elenco di obiezioni è lungo, e il fil rouge che funge da denominatore comune di queste valutazioni è l’idea d’una proporzionalità diretta fra la quantità di sandalo e la sua pragmatica razionalità, mentre Chanel, anche con un creativo ricorso a un pizzico di pensiero laterale, ha voluto optare per un criterio qualitativo all’insegna di un poetico simbolismo. Sandals sono sandals anche se coprano solo talloni, e se questa esiguità sia sinonimo di libertà, se sposi la souplesse della psiche in simbiotica osmosi con il resto del mondo, e in un tempo che profumi di Tempo.
“Il Fatto Quotidiano”, che allude alla “distruzione dell’etichetta borghese” posta in essere da tale creazione, sottolinea l’analogia fra queste scarpe e calzature sulla cresta dell’onda nell’antica Grecia, per menzionare l’alterità fra una passeggiata lì e allora, in coordinate spaziotemporali che potevano al limite consentire pure una promenade a piedi nudi, e una qui ed ora in una metropoli, teatro che rende di fatto impossibile un siffatto minimalismo. Vero, ovviamente, ma Chanel bypassa il confronto fra epoche, perseguendo, con questi sandali, un valore senza tempo, evergreen, eternamente interiore.
La Casa crea capolavori di trendy moda in una purezza stilistica che può anche non voler épater le bourgeois, perché i voli spirituali della poesia, anche di quella pratica, non implicano alcun décalage fra classe sociale e classe: nella profondità dell’ontologia siamo tutti uguali.
La prestigiosa Maison attinge questa Meta allineandosi appunto con sé, con il proprio passato, con un dettame, citato e lodato in precedenza, che è sempre stato cardinale nella sua dottrina artistica: l’importanza della sottrazione nella difficile Mission di potenziare e migliorare l’appeal glamour in opere di Fashion. Un principio che può valere in qualsiasi campo.
Talvolta, o forse spesso, togliere porzioni alla massa complessiva può farne crescere la qualità molto più di un’addizione. Anche questo concetto è insito nell’idea, by “The New York Times”, che queste scarpe siano un “paradosso metafisico”. Esse, scarpe senza…, sono sempre scarpe, altro che no!, e palesemente tali appaiono a chi non si fermi all’apparenza di primo acchito e veda un progresso della sfera fisica in un’invisibile regione -creata da roba in meno- dove il suo valore aumenta.
La classe, che non è acqua, non è neppure una somma mediante il segno ‘+’ in un prodotto iconico come i Sandals Cap-Heel, un ennesimo tributo culturale che Chanel ha dedicato all’elegante Libertà delle donne.
Walter Galasso
