NOTE MARINE DI CUORE  NEL PROFUMO DEI VENT’ANNI   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 52]

NOTE MARINE DI CUORE  NEL PROFUMO DEI VENT’ANNI   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 52]

NOTE MARINE DI CUORE  NEL PROFUMO DEI VENT’ANNI   [GALASSIA UNO – RACCONTI ALL’ INFINITO / 52]

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Academy Roma Campo de' Fiori 

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II
Athenaeum
SUPERCLUSTER DI GALASSIE LIT

Sezione 2
RACCONTI

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ATTRIBUZIONE

AFFERENTE

LA FEATURED IMAGE

Wikimedia

File originale (3.456 × 5.184 pixel, dimensione del file: 12,28 MB, tipo MIME: 
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Descrizione

Capri. I faraglioni

Data

28 agosto 2013

Autore

Miguel Hermoso Cuesta

File rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported

LINK ALLA LICENZA

https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0

LINK ALLA FOTOGRAFIA

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d0/Capri_farallones_16.JPG

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DI WALTER GALASSO

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   Un moto di ricordo remoto, in un cervello che non è un re di rimembranze solide, è come uno scoglio ricoperto di petali nell’area, piena d’irregolari protuberanze, dove più somiglia a uno choc davanti a occhi dell’animo. Paolo ha una strana vertigine.
   Brrr, brividi di stupore mentre le ore marciano con la regolarità di sempre. Bagliori da un passato che, espulso dall’attualità in un’esautorazione soft, ci tiene a far presente che in fondo trascorso del tutto non è.
   Qui urge la squalifica d’una banale confusione fra la memoria e una macchina fotografica, o una non muta fotocopiatrice, che quando lavora emette un sibilo di monotonia meccanica. Ritorna da solo -cioè non è passivamente tirato da una memoria mentre essa lo mentova- un atomo di ieri nell’ibrida vastità della mente -fresca come il sapore di un chewing gum alla menta- di Paolo Credo. I suoi occhi, non azzurri come il marrone di un fusto d’albero, contemplano la superficie e il formale perimetro di un oggetto ch’egli ha molto usato anni fa.
   Guardano e riguardano, in un ‘vedo non vedo’ in senso lato, perché a tratti dettagli noti del loro connubio antico lampeggiano e a tratti s’inabissano in un misterioso nascondiglio, come marioli in fuga dalla polizia, in un inseguimento zeppo di costruttiva adrenalina.
   “Quanta pazienza ci vuole!”, l’uomo esclama e sospira, pensando a tutt’altro, in una involontaria parentesi del suo spionaggio, fonte di un raggio indiscreto, proiettato sul dannato buio di un oblio che si ostina a non togliere il disturbo. Ah!, ci vorrebbe una memoria mirandolesca per recuperare tutta la sua doviziosa esperienza (dalla data di nascita a questo momento). Il suddetto oggetto, imperfetto e molto più pesante di un etto, sta lì, serafico, imperturbabile, passivamente birichino nel suo misero mistero -se misero, ok, un ente non può più di tanto pretendere gloria, però un mistero resta comunque accattivante, degno d’un clap clap, sia pur con le mani che ripetono un loro incontro con blanda energia e con ritmo di maniera-.
   Quel grave -per definirlo con un sostantivo che fa l’occhiolino alla branca dello scibile denominata Fisica- è un mobile, dunque non ha sesso, è analfabeta, e se tu gli dai, puta caso, uno schiaffo o un pugno non puoi averne una querela. Statico, tetragono, quasi simbolo d’impassibilità emozionale, per Paolo, ex utente dei suoi lontani servigi, è diventato paradossalmente simile -dal punto di vista squisitamente funzionale- a una porosa spugna. Il complesso modo in cui questo essere umano lo sta vedendo e interpretando lo arricchisce idealmente di micropori e macropori, esso apparendo impregnato di indiretti sensi e significati.
   Dagli oggi e dagli domani e dagli dopodomani, tale ammasso di legno ha finito con l’assorbire un po’ di esperienza vissuta di questo sensibile Paolo -‘questo’ perché ci può pure essere un Paolo che, contrariamente al signor Credo, visiti la Cappella Sistina e, quando ne esce, si limiti a dire “Mah, una mia cara amichetta fa di meglio, tant’è che su un social network la ricopro di “mi piace””-.
   Il mobile, una bella étagère acquistata a suo tempo presso la bottega di un antiquario che si atteggiava a fico, sa. Sa molto di questo ex ragazzo, passato da un’età a un’altra gradualmente, anche se adesso, quando ripensa all’inizio di questa evoluzione cronologica, gli sembra, mannaggia!, che essa abbia avuto, in una drogata durata, la velocità di un performante razzo. Sa ma non parla: meno male, almeno lui è un amico.
   Splende il suo discreto, non trash fascino, mentre accade, come uno spettacolo in diretta e in mondovisione, un rendez-vous fra éta… e le pupille del signore, un tipo con la vista d’una lince, anche da vicino, quattr’occhi solo quando, d’estate, tenta di fare il duro inforcando occhiali da sole comprati da due esercenti gasate e sciacquette.
   All’improvviso, in un flash che pare ex abrupto ma, in realtà, è figlio di una cinquina di cause, tanto intense quanto invisibili, Pao -non è un errore, è Paolo meno “lo”, per giocare con un’insolita sottrazione- ha la sfuggente impressione di correre indietro nel tempo, in una regressione veloce, velocissima, di classe ima nella società delle possibili meditazioni filosofiche su qualcuno o qualcosa.
   Per un arco cronologico lampo, diverso e da un attimo e da un nanosecondo, il suo cuore, capace pure lui di generare idee, fa pensare alla sua mente, comunicando con lei dal basso in alto, ch’egli stia viaggiando, alla celerità della luce, verso quella sezione della sua gioventù. Crociera scomodissima, come piedi in bilico su un filo sospeso -in un circo senza animali- su metri e metri di vuoto. Paolo ha una gran sete -più che rete- di protezione.
   Peccato non avere, a livello di strumenti per realizzare questo itinerario, una valida e più confortevole alternativa. Per esempio una macchina, possibilmente limousine, del tempo, ammesso e non concesso che davvero si possa trovare, al di fuori di fiabesche fantasie, un veicolo del genere, e ipotizzando, in un’impennata d’ottimismo standard, che in città esista una concessionaria che la venda chiavi in mano.
   Nel frattempo alcuni vicini rompono i maroni come sempre. Al piano di sopra una signora ha messo in funzione una lavatrice che quando lavora vibra come la vanità di un narciso. Fa baccano e, nella sua meccanicistica e tarantolata cattiveria dietro l’oblò, tenta di propagare il trambusto della sua reiterata danza alla stanza dove l’uomo attualmente si trova. Il tizio che abita giù urla come un tiranno a cui un suddito, dopo un suo comando, abbia risposto “cercherò di eseguirlo quanto prima”. Ce l’ha con la sua colf, in questo momento non difesa dai sindacati perché sono strenuamente impegnati a organizzare l’ennesimo sciopero dei mezzi pubblici. La vicina, Lisa, e ‘sto ottentotto, Giovanni, sono solo la punta dell’iceberg dell’insieme di problemi in questo condominio. Producono un inquinamento che in un’altra situazione farebbe saltare la mosca al naso del signor Credo. Qui ed ora, invece, no, perché lui è assorto nel dietrofront.
   Paolo, mentre il suo modo di rievocare cambia in una spirituale e cognitiva metamorfosi, sta facendo mente locale su un pomeriggio di venti anni fa, quando sul mobile mise un regalo -da parte della sua fidanzata di allora-, un orologio.
   In genere quando qualcuno ricorda uno spicchio di passato -una persona, un animale, una pianta, un oggetto, un evento…- la sua mente si limita a estrarre da un profondo database, di matrice empirica, un’immagine ad esso relativa, attualizzandolo solo nel senso di un provvisorio, parentetico protagonismo -nella propria attività psichica- d’una ideale sua foto, che nel rispecchiarlo lo trascini da lì -dal nulla di un tempo andato- a qui -la concretissima pienezza dell’attualità-.
   Se il signor Credo adesso stesse elaborando un ricordo di questo tipo sarebbe un uomo, di 45 anni, che, da quarantacinquenne, con le sue caratteristiche odierne ‘importa’ quel pezzo di passato -che per qualcuno è una terra straniera- nello Stato “Oggi”. L’oggetto della sua rimembranza, cioè l’inserimento dell’orologio nell’étagère, ritornerebbe imperfetto, perché realizzerebbe il suo viaggio nella forma datagli dall’uomo qui ed ora memore. Il protagonista, che ha spento due mesi fa più di quaranta candeline sulla torta del suo più recente compleanno, con la sua mente attuale, un cervello di quarantacinque anni nel 2026, nel pescare -nel mare magnum del preterito, col pelo d’acqua agitato dal vento d’una parziale dimenticanza- un pezzo del 2006 gli darebbe una forma figlia di oggi, in uno stato d’animo attuale, eccetera. Un’operazione, dunque, inesorabilmente caratterizzata -in certo senso possiamo pure scrivere “viziata”- da una relativa alterazione di autenticità.
   In un normale ricordo l’orologio e il mobile e Paolo che inserisce il primo nel secondo ritornano in un make-up, truccati dal tempo trascorso, senza, s’intende, che questo maquillage sia un vero e proprio atto di skincare, perché l’immagine ci perde nel trucco, non acquista punti nello score della sua qualità. Arriva opaca, non in HD, con una risoluzione loffia. Una notevole parte dei dettagli della scena va a farsi benedire, la recuperata quota di particolari non supera il cinquanta per cento della somma complessiva. Buio totale, ahi!!!, su ciò che, in quell’antica giornata, Pao ha fatto prima e dopo quell’inserimento. Zero ricordi delle sue azioni due ore prima, zero virgola zero su ciò che fece due ore dopo.
   Il flashback è così, prendere o lasciare: ti regala una parte, e tu devi dire “a caval donato non si guarda in bocca”, oppure, facendo spallucce, “questo passa il convento, chi si accontenta gode”, e dopo la sbornia di triti proverbi ti senti vagamente rincoglionito, o comunque capisci che qualcosa non quadra nella pseudoperformance della ritentiva. Ti è baluginato un ricordo, meglio di niente, ma intuisci che, data la sua imperfezione, non è il caso di esclamare “hip, hip, hip, hurrà!”. Sei un centravanti che, dopo un goal, non esulta, e non perché sei un ex numero 9 della squadra avversaria, e le vuoi tributare un affettuoso rispetto.
   La forma tradizionale della categoria RICORDI è, sigh, sintomatica del lato brutto, o comunque così così, del Boss Tempo, che quando avanza consuma, sparge bruma sul verde del fior fiore della giovinezza, ingoia con tirannica ingordigia i pixel delle immagini sottratte ai recidivi scippi dell’oblivione.
   Adesso, invece, in Paolo sta succedendo una rievocazione di altro tipo, superiore, per certi aspetti stupendo. È il Paolo che fu che sta riemergendo dagli abissi, campeggiando, sia pur per poco, nella cronologia andante, non il Paolo attuale che si reca laggiù, in quel remoto pelago, abitato pure da creature che la Scienza si ostina a dichiarare estinte, ma sparite non sono, sol che un animo umano sia eccezionalmente in grado di riattualizzarle.
   Il protagonista, in bilico fra un comprensibile turbamento e un saporitissimo mozzicone di felicità, in un’eterna manciata di secondi sta rivivendo appieno la sua identità di quel pomeriggio. Non solo rivede la scena in cui lui, contento del gadget della sua dulcinea, lo mette su un ripiano del mobile, in una sua provvisoria sistemazione, in attesa del suo ilare debutto intorno al suo polso sinistro. Insieme a questo bis ‘fotografico’ egli sta rivedendo il mondo come lo vedeva un ventennio fa, sta provando la Stimmung di quel gaio pomeriggio, sta sentendo l’odore che l’aria aveva in questa stanza quel giorno, sta rivivendo, al Cento per cento, la sua soggettività com’era quando lui aveva 25 anni…
   Ondeggia l’ideale cornice della situazione in cui si trova, brividi sulla schiena come lividi su banalità, un raggio di abbagliante luce parte da un’ignota fonte e ne abbacina la cheta rassegnazione in cui s’è abituato a essere diverso da prima. Il Paolo del 2006, sprofondato in un letargo di mera potenzialità dentro le sabbie mobili della sua parte storica alle spalle, fa capolino -in un risveglio che profuma di meglio- in mezzo al presente.
   Un ricordo eteroclito, in una nuova categoria di rimembranze: non flashback, piuttosto una specie di suo contrario, che possiamo definire un ‘backflash’, un flash -percettivo e intriso d’Erlebenisse- di ritorno. Non c’entra solo una ricerca del tempo perduto: questo ritorno può voler dire che il Paolo che fu può esserci ancora, residente in lui, mai andato via man mano che il tempo da allora è trascorso. L’intelligenza di quest’uomo custodisce quel suo fratello -maggiore o minore?: dipende dal punto di vista-, lo tutela dal pericolo del nichilismo insito nel tambureggiante incedere delle lancette d’un cronometro.
   C’è un inconveniente in questo ripristino: Paolo, nel rituffarsi nel tipo d’animo che aveva allora, si rende conto di quanto fosse più spensierato, leggero, sereno. Si rende conto che in una persona negli anta, rispetto a una ventenne, il regresso non è solo in termini di valentia fisica, ma anche, e forse soprattutto, nella complessiva tonalità emotiva. Lui a venticinque anni sentiva, quando fiutava l’aria delle sue esperienze, un soave profumo, simile, nelle sue note di cuore, all’odore del mare per chi lo ami, un profumo che adesso latita, sostituito da un aroma meno pimpante e friccicarello, che somiglia al serioso e saggio odore di un importante ufficio: carino, però una vacanza in barca vicino ai Faraglioni di Capri, con il corpo in procinto di un bel tuffo in un cristallino e meraviglioso pelago, è un’altra cosa.
   Inevitabile, mentre egli si allontana dal mobile, una folata di nostalgia. Ma in questo backflash galeotto splende l’ottimistico seme di una neonata certezza: ripercepire quel meraviglioso profumo si può…

Walter Galasso