UNA VEDUTA A VOLO D’UCCELLO   [DA VIDEO A RACCONTO;  E-LIT  4]

UNA VEDUTA A VOLO D’UCCELLO   [DA VIDEO A RACCONTO;  E-LIT  4]

UNA VEDUTA A VOLO D’UCCELLO   [DA VIDEO A RACCONTO;  E-LIT  4]

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DI WALTER GALASSO

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   La notte, che in fondo non esiste davvero, ma appare moltissimo nella fenomenologia della Terra, impera in condominio, tante mini luci le ragalano antagonismi a macchia di leopardo. Tenebre azzannate da watt come zebre da leoni affamati.
   Mistero, mai misero, nei sapori underground della città all’avanguardia, velo di buio su cose risapute, fosforescenti mirabilia nella cultura di eroi, mentre va in onda un elettrico ambaradan, lontanissimo dalla bucolica semplicità d’una campagna double face, in bilico tra pace salace e una noia boia di vivacità. Rumori in sordina, fantasmagorica complessità di galattica metropoli. Le intuizioni d’intelligenti cittadine sono oli che lubrificano la razionalità generale, fra scopi immersi in saporito utilitarismo e sogni talvolta ingenui.
   Impazzano nella giungla di tecnologia le performances della scienza, e nel frattempo persone normalissime si lavano le mani in una toilette, chiacchierano al telefono, guardano la tivvù appisolandosi gradatamente, in un simpatico alloppiamento in braccio a Morfeo. Siderali ali, voli della fantasia, voglia di ulteriori exploit della modernità, ma già ora brilla il trionfo della logica nelle meraviglie di questa Scenery.
   I perdenti sperano che si materializzi un messo del Successo e gli sussurri “Sta arrivando anche nella tua vita”, ma fino a prova contraria la fantasia è un’imperatrice senza effettivo potere, può lasciare, dopo meravigliose cazzate, un amaro in bocca simile all’assenzio. Un paria, maestro di arte varia nella sua intimissima dignità, tale resta dopo la festa dell’immaginazione. Offre a se stesso resistenza, resilienza, tendenziale impermeabilità alla pioggia di sguardi affetti da disprezzo, ma soffre lo stesso, scivola e si rannicchia nella sua infernale insignificanza, si sente sporco quando non viene notato -come se sia trasparente- da un viandante pari a un orco nella sua altera indifferenza. Qualche emarginato non ha più nemmeno la forza di scagliare con una fionda un S.O.S. a chi possa recepirlo forte e chiaro, ma no problem, ci pensa Lei, la democratica metropoli, che abbraccia, comprende, include senza selezioni stronze, insegna l’uguaglianza senza il bisogno di lezioni. La pedagogia, la sapienza didattica, la squisita virtù della docenza impersonale sono nel responsabile automatismo del progresso, che galoppa a prescindere, sconfigge acari di medioevo senza fare prigionieri, e splende anche in questa notturna city, come uno show ‘wow!’.
   Il suo fluire trendy è percepito e ammirato da nord a sud, perché un promiscuo pubblico lo sta filmando dall’alto, anche con le telecamere naturali della memoria, con le fotografie fatte da mille pupille di lui innamorate. Come l’antica Befana sulla sua scopa miracolosa, così un’anima curiosa, a cavalcioni di un robusto e vertiginoso drone, sorvola il pazzesco tetto della futuristica città. Sberle di vento sulla faccia, nessuna minaccia di caduta, Icaro qui non c’entra, la sicurezza del voyager non ha gli attimi contati, l’insecuritas fu una grana di suoi lontani simili. Forse in indiretta compagnia di qualche extraterrestre, sceso a bassa quota per spiare una sorella dell’immensa Roma, l’ammiratore sul celere velivolo contempla l’apparenza del caleidoscopico spettacolo come, nell’alieutica, un pescatore usa una lenza per centrare il suo marittimo obiettivo.
   La megalopoli si distende nello spazio come un concreto surrogato della sposa dell’Infinito. La fanno da padroni i grattacieli, da giù a su, a guisa di aspirazioni temerarie. Allignano nelle viscere della Terra con fondamenta che, al riparo da sguardi e orecchie zeppi/e d’indiscrezione, spesso chiacchierano con le radici di pianticelle. Le prime, giganti, rispettano le seconde, che ne sono l’archè bonsai, il primigenio paradigma che spiegò ai primi ingegneri del mondo il trucco per radicarsi. Sopra, dalla superficie del territorio fino ad altitudini che sfiorano le traiettorie ardimentose dei razzi, le torri giganteggiano ambigue, quasi come Giano bifronte. Dentro ospitano battiti normali, anche quisquilie della quotidianità, tran tran e tenori di vita ordinari, sbadigli terra terra e momenti di personalissimo sconforto, perché anche nell’orto privato più fortunato può capitare l’ortaggio bacato o l’uscita d’uno scarafaggio da una tubatura. Fuori sono molto di più di palazzi superdotati. Fuori sono ieratici boss della bella vita, pregnanti monumenti di statura in senso lato, pathos cristallizzato in ingessata imponenza. E il drone, e il suo ipnotizzato cavaliere, ne dribblano le apicali cime, additate dai principali mass media della Via Lattea come sedi di privilegiati punti di vista, osservatori dove l’aquila di ingegni volitivi può studiare la complessità.
   Notte e luci, milioni di puntini nel quadro al chiaro di luna, interazioni febbrili nonostante ciò che comunicano le lancette dei meccanici orologi, sempre mogi nel loro ritmo costante e schiavo, distanti dall’estro del tempo interiore d’un genio, più o meno come un mandrake del Tremila sarà lungi dal suo avo nella preistoria.
   Su uno di questi fratelli dell’Everest s’è arrampicata una proverbiale e prodigiosa scalatrice, Miss Pubblicità, più veloce di un missile, citata in qualche saggio come un raro esempio di strumento che s’è ribellato alla minorità inerente al suo ruolo ed è diventato più importante degli stessi padroni dei fini. H&M, un logo rossissimo, sembra sangue, o un emblema di passione in mezzo al frigido buio dei profili. Il marchio s’è abbarbicato come un miracolo nel Creato, forse senza mai guardare in basso, per non correre il tremebondo pericolo di capogiri in mezzo al fricchettone free climbing, lo sport estremo più yuppie che ci sia. Eppure qui, in questa Immagine equivalente a un milione di pagine d’una prolissa enciclopedia, l’azienda svedese, multinazionale vicina di casa dei Premi Nobel, è declassata, ricoprendo il ruolo di comparsa nella scenografia e nella coreografia di questo saggio cortometraggio. Tu vedi quel messaggio Above the Line e non pensi ai suoi articoli commerciali, metti l’accento solo sulla sua inerenza alla regale metropoli, sontuosa nell’includere differenze, e sei colpito dal colore più che dalla funzione economica. Quel rosso è una settentrionale eccezione alla norma, sembra quasi che nessuno dorma, in un’insonnia giornalisticamente sul pezzo, mentre lui detta legge nella provvisoria assenza del Sole. Esso porta acqua al mulino della gloria metropolitana, è un segnale di ricchezza, spezza con dolcezza qualche millimetro d’inevitabile monotonia. Lavora, nell’arte di attirare interesse percettivo, come una paradossale allusione al primato, non profit, dell’insieme, e brilla in sinergia con il resto, tant’è che sul drone, che continua a scorrazzare qual robot felice, il suo passeggero nota giù giù, incastonata nel traffico, una chiazza rossa, e pensa che sia sgocciolata dall’insegna mercantile, diventando una proiezione poetica in franchising.
   Allucinazione? No, solo un ennesimo, fantastico regalo del tourbillon urbano in una veduta a volo d’uccello.

Walter Galasso