ABBAGLIO DEL SOLE IN MAGLIE DI CATENA   [Racconto  9]

ABBAGLIO DEL SOLE IN MAGLIE DI CATENA   [Racconto  9]

ABBAGLIO DEL SOLE IN MAGLIE DI CATENA   [Racconto  9]

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COVER

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DI WALTER GALASSO

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   In un quartiere signorile di una metropoli, abitato per lo più da facoltosi cittadini, un concierge fa la guardia a un palazzo chic, fungendo da mezzo schiavo di tutti i condomini e anche da re di una guardiola. L’uomo indossa una specie di livrea, gli occhielli attorniati da un’asola dorata, i bottoni argentei, la forma simile a una redingote. Quando il vento asola, come se ogni tanto avesse da fare e non potesse stare qui, gli alberi prospicienti al portone d’ingresso si flettono leggermente e arieggiano gli inchini che questo personaggio fa ai condomini più cappati. In fondo, pensa nelle latebre d’una coscienza che s’accontenta, non sono poi così altezzosi.
   Gli parlano spesso, qualcuno gli sorride confidenzialmente, uno addirittura ha raccomandato una sua nipote, che doveva sostenere un colloquio di lavoro. Niente di che, la ragazza si candidava solo a un posto da cameriera in un albergo -job, bene inteso, che in un’ottica culturale, mai gerarchica, è dignitoso come quello di CEO d’una multinazionale-, ma a certi livelli, quando l’hotel è a cinque stelle e pure sei, anche essere allocati con mansioni umili può implicare il superamento di non pochi ostacoli. Lo zio dell’aspirante lavoratrice fermò un potente avvocato, il padrone di tutto il terzo piano, e quasi col cappello in mano impetrò la grazia di spendere una buona parola per la brava parente, che ambiva a figurare nel personale di quella struttura. L’Avv. fu solenne e ammiccante, senza neanche pensarci su gli disse che non vi erano problemi, egli essendo alquanto conosciuto dal direttore di quel Grandissimo Hotel Excelsior  -il padrone, detto per inciso, è un grandissimo evasore fiscale-.  Il sorriso del leguleio fu una specie di guarentigia con cui la sua magnanima disponibilità si impegnava a rendere felice l’umile postulante. E Giada fu assunta, grazie a un ‘sì’ che fece amareggiare come minimo una decina di competitors. Il portiere, dopo aver fatto salti di gioia -anche perché si sentì un po’ importante pure lui-, aspettò che il principe del foro rientrasse da un convegno all’estero per ringraziarlo con una genuflessione a novanta gradi e chiedergli come potesse sdebitarsi. Ma il dottore gli disse che non si doveva preoccupare, e lo esortò a godersi l’assunzione della nipote, nelle vesti di parente gaio, senza dedicare energie al pensiero di un regalo per lui. ‘Che galantuomo!’, pensò il beneficiario della raccomandazione:  prima intercede e interpone i suoi buoni uffici affinché una persona venga arruolata in un posto di lavoro, e poi si mantiene ben distante da ogni comportamento che possa somigliare a un ‘do ut des’ o a una tangente di serie C.
   Da allora, nell’abito mentale del guardiano, nulla è stato più come prima. Già aveva sempre avuto simpatia per l”aristocrazia’ di stanza nel palazzo -contrariamente a certi suoi colleghi, servili pure essi di fronte ai loro datori di lavoro, ma pronti, alle loro spalle, a sputare peste e corna contro la loro reputazione-. Dopo questo maxi favore, per giunta a costo zero, l’animo del dipendente, zelante e belante, non ha avuto più dubbi: i personaggi residenti in questo palazzo sono bravissime persone, altro che chiacchiere, e quei comunisti che li calunniano dalla mattina alla sera meriterebbero di essere in gattabuia, per lesa maestà, per volgare diffamazione, per gratuito livore di classe.
   Un bel giorno questo signore ha l’onore di apparire in una fotografia di un portfolio, su un periodico con una florida tiratura. Un paparazzo riprende l’uscita dallo stabile di un illustre esponente della borghesia cittadina, e lui, il portiere che al pianterreno assiste a ogni entrata e uscita, ha la soddisfazione di rientrare casualmente nell’obiettivo di quella macchina fotografica. Diventa consapevole di quest’onore perché viene informato da quel vip, il protagonista della scena: “Filippo, ma lo sai che sei diventato famoso? Guarda”, e l’ingegnere gli porge la pubblicazione. Gli fa così vedere che cosa significhi fare il custode del palazzo dove lui abita: ti può capitare di avere il tuo zinzino di gloria. Che gratificazione per Fil percepire la propria immagine su un newspaper così importante, i suoi occhi brillano per la gioia, accidempoli, è proprio vero! Il professionista è generoso, gli dice che può tenersi quel giornale, e lui gongola, ben felice di avere fra le mani e poter conservare un settimanale dove, in un’immagine corredata di una didascalia, lo si può vedere dietro il pezzo grosso sull’uscio di quello stabile. Commissiona a un fotografo -cognato del parrucchiere della nipote d’una cara amica della moglie, perciò gli fa uno sconto- il compito di ricavare da quello scatto un poster, e poi incornicia l’ingrandimento -ovviamente un po’ sgranato, ma pazienza-, appendendo nel vano meno sfigato della sua abitazione la prova provata del suo briciolo di fama. Non vede l’ora d’incontrare Giovanni, suo cugino e collega, parente non serpente ma nemmeno simpaticissimo: lo guarderà dall’alto in basso, anche se la statura di Giò è da giocatore di basket e Filippo, invece, somiglia a un fantino. Un quarto di minuto di celebrità di un concierge in guardiola:  abbaglio del Sole in maglie di catena. Ma il mestiere di portiere non c’entra con l’essenza di questa illusione, che accade pure a ben altri livelli sociali…

Walter Galasso