![TORQUATO TASSO E ISABELLA PALLAVICINO. IL PATHOS NEL BACKGROUND DI UN SONETTO [A TORQUATO TASSO, CON AFFETTO] TORQUATO TASSO E ISABELLA PALLAVICINO. IL PATHOS NEL BACKGROUND DI UN SONETTO [A TORQUATO TASSO, CON AFFETTO]](https://www.romacampodeifiori.academy/wp-content/uploads/2026/09/DelacroixTasso_copy_540x644.jpg)
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A TORQUATO TASSO,
CON AFFETTO
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FEATURED IMAGE
WIKIMEDIA COMMONS
File : : DelacroixTasso
Eugène Delacroix : Tasso nel manicomio
Data
1839
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DI WALTER GALASSO

Torquato, nome peregrino, come raro è l’animo di un poeta che l’indossa. Uomo con una soggettività non sempre fortissima nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità in cui spesso la fanno da padroni squali ignoranti. Corre nel suo animo un’inquietudine simile a un vento che porti con sé, nelle sue corse involontarie e brave, un sinistro garrito di gabbiani, uno stridio che può simboleggiare una dimensione irrisolta.
Qui non c’entrano la storia e la scienza, qui mancano fotografie della vita interiore di questo tormentato campione. La eco dell’imo del suo Io arriva in uno slancio della fantasia, anche universale. Arriva, di gran carriera, e ci spiega che Torquato non è un re, non giganteggia nell’arte della spavalderia facile.
Dentro, oltre la sua fenomenologia all’esterno, è talvolta, per non dire spesso, in balia della cosiddetta malinconia. Fugge da quest’uomo, a mille all’ora, la solare forza d’una tonalità emotiva forte, sorridente al mondo. Prolifera in lui, su minacce più svelte di cavalli campioni in un ippodromo, una strana tristezza. E l’impeto dell’energia spirituale va giù, regredisce, declina, in una retromarcia che è crepuscolo con imperfezioni nere -a macchia di leopardo- nel tipico colore dei tramonti.
Qualcosa nel giovane non va. S’impenna la possibilità di una tristezza autolesionistica, diventa addirittura probabilità, e in lui un’espansione con score da dieci e lode sfocia in puzza di utopia. Talvolta nasce in questo essere umano un pizzico d’inopportuna voglia di piangere.
Qualcuno, tenendo conto del fatto che questo parto non ha alle spalle un autentico, vero motivo di amarezza e dolore, può avere la tentazione di minimizzarne la gravità. È triste, su questo non ci piove, ma in modo gratuito, ergo nulla di particolarmente grave, gli passerà, il suo magone è una quisquilia: queste idee può generare un osservatore superficiale, chiosando l’abbinamento fra il cattivo umore di questo protagonista e l’assenza alle sue spalle di un valido perché. Costui si sbaglia, perché lo spleen di Torquato è ancora più preoccupante alla luce della sua irrazionalità.
Questo poeta è invisibilmente prigioniero di tale fragilità, si sente, quando essa infuria e anche alla vigilia di ogni picco, alla mercé di…, spossato psicologicamente nella sensazione di un mondo esterno che non gli vuole, al cento per cento, bene. Un universo che, anzi, si erge drammaticamente al suo cospetto come una dimensione potenzialmente avversa.
Abbondano, nell’interpretazione che questa vittima ne dà, le sentine di orchi e traditori, i covi di nemici -non sempre dichiarati, anzi sovente larvati, subdoli nel loro presentarsi sotto mentite spoglie-. Il giovane ne sente il tanfo anche se si trovi in mezzo a un aulente roseto. Serpeggia nella sua tormentata e irrisolta interiorità il sentore di un’assurda ostilità altrui, focolaio di esogena minaccia. Assurda perché egli è certo di non meritarla. La sua malinconia è forse, almeno in parte, cagionata da questa delusione e dall’insecuritas che ne consegue. Il sentirsi in mezzo a gente avversa, sempre pronta a pugnalarne alle spalle l’adamantino onore, inietta nella sua vita psichica i semi di un depotenziamento dei suoi sorrisi.
Sì, sorrisi, perché Torquato, nessuno si permetta di credere il contrario, mica è nato senza la naturalissima capacità di sorridere. In fondo anche un neonato nel bel mezzo di una crisi di pianto, in una paradossale porzione di queste sue lacrime sta sorridendo: al mondo, alla vita, alla voglia di voglie, alla gioiosa possibilità che ogni bisogno e sogno e desiderio sia esaudito, innanzitutto dalla Fortuna. È lapalissiano che anche questo personaggio, destinato a essere ribattezzato “Pentito” in un’Accademia patavina, abbia in sé la fulgida ‘facoltà’ del Sorriso.
Il punctum dolens è nel suo conflittuale rapporto con una parte degli “altri”. La loro malevolenza ha costretto la suddetta facoltà a uno stato di letargico standby: provvisorio, certo, parentetico, ma chi gli voglia bene può domandarsi, in preda a un giustificato allarmismo: e se la distanza fra queste parentesi si allunghi e diventi chilometrica (a livello spaziale) e diuturna (temporale)?
Il problema c’è, sussiste gravemente, ben lungi dal poter essere derubricato a espressione di un pessimismo da analista menagramo. Il comportamento di questo letterato, infatti, non lascia presagire una veloce guarigione, anche perché la sua depressa tristezza è sorella di altre tensioni interiori, in una problematicità che perciò possiamo definire esponenziale. La malinconia, scura regina dello stato d’animo, e la sensazione di essere nel mirino di cattiveria altrui -una caratteristica che da un certo grado di negatività in poi diventa mania di persecuzione- sono l’altra faccia di alcune fragilità che nascono e proliferano dentro questo individuo, fra sé e sé, senza un input assoluto da parte del prossimo.
Sul rovescio della medaglia (il suo verso) ci sono gli esogeni ‘attentati’ -nell’accezione psicologica del termine, bene inteso-; sul recto, invece, le smorfie di qualche disturbo relativamente fatto in casa, come autolesionismi di stampo ossessivo.
Ossessione, come malinconia, è un altro peso massimo nel torneo delle turbe psichiche, però, almeno in questo caso, tali vocaboli abbisognano di un Nota Bene in appendice, affinché la personalità del loro protagonista non venga interpretata tout court come un Io dentro una sintomatologia patologica. Nel caso di Torquato la sua responsabilità finisce dove inizia quella di persone che non lo rispettano e non gli vogliono bene. Certo, se lui fosse anche nel carattere un Superman potrebbe fregarsene, e neutralizzarle con facilità. Lui, invece, è vulnerabile nel tipo di sensibilità che lo permea, se la prende, e per conseguenza soffre. E soffrendo si arrabbia, non ogni tanto ma spesso, e fra chi non capisce il perché e il percome di queste irritazioni v’è anche un duca che lo rinchiude in un ospedale-prigione per sette -7- anni. Fa venire i brividi il quadro dedicato da Eugène Delacroix alla sua segregazione in un manicomio: quel prigioniero di un inferno, reputato ufficialmente un infermo di mente, è un Titano della Letteratura. Perché ti hanno fatto questo, caro amico Torquato?
Lo maltrattano. Benzina sul fuoco, escalation di mancanza di rispetto e affetto. Una irriverenza che grida vendetta, perché questo essere umano non è uno qualunque, tutt’altro. Quest’uomo è un Grande, Autore, fra l’altro, di un eterno capolavoro nella Storia Universale della Letteratura. Un solo soggetto, due volti: il Poeta è un gigante, l’uomo è un tipo con molti problemi.
Nel suo lirico cuore le aspirazioni viaggiano a velocità incostante, mentre intorno un complesso mondo preme, con infiniti ed eterogenei condizionamenti, sull’irregolare andamento dei loro motori. Torquato è uomo permeato di paradossali fragilità, e da fuori, da occhi che poco ne conoscano la complessiva personalità, può apparire addirittura inferiore a molti soggetti banali, privi di qualsivoglia talento ma, buon per loro, dotati di un carattere forte. Questa possibile, se non probabile interpretazione, prende un granchio grande quanto una balena.
Il sorrentino, infatti, sembra, nel suo incredibile mix di exploit letterari e gap comportamentali, il protagonista di un filmico paradosso ontologico. Lui incarna, come ipostasi fulgida sia a mezzogiorno che al chiaro di luna, la possibilità che il sostanziale valore di un essere umano sia eclissato, celato, proditoriamente occultato da alcuni aspetti del suo temperamento e, più in genere, dalla sua estrinseca facciata, dall’Apparenza che giganteggia nei fenomenologici ponti fra lui e gli altri.
L’insieme di punti deboli del suo carattere, però, non ne inficiano la voglia di perseguire e conseguire l’attingimento delle mete letterarie che si prefigge di raggiungere: questa è la prima, super positiva virtù del suo Io. Una forza tutt’altro che scontata, soprattutto alla luce dei precisi disturbi da cui egli è affetto.
Il suo animo, l’ho già scritto, è tendenzialmente aggiogato e fiaccato da paturnie come la malinconia, ambigua sorella dell’arcigna depressione. Termini legati a patologie particolarmente pericolose dal punto di vista dell’anelito a Obiettivi alati, importanti, non banalmente routinieri. Già possono arrecare un danno a chi si limiti a coltivare progetti normalissimi, come esercitare il mestiere di commerciante o fare l’autista di un pezzo da novanta nella società, figuriamoci quale insidia possano costituire per chi ambisce nientepopodimeno che a partorire un capolavoro nella Letteratura Universale. Chi abbia nelle vene un sangue in cui ci siano tracce della suddetta mestizia corre il pericolo di avere, nelle azioni professionali che compie e compia quotidianamente, un motore con poco carburante, o addirittura a secco. Il depresso include una volontà depotenziata, di serie C, ammorbata da un malessere che, qual nemico sotterraneo, la salassa peggio di una sanguisuga. Vuole e non, avverte l’esigenza di partire in quarta ma quella esigenza abortisce sul nascere. In lui sull’alba di una pianificazione, lavorativa o anche solo inerente a fatterelli della quotidianità, si innesta un perverso tramonto… ed è subito sera, anzi notte, nella sua corsa verso un traguardo. Il suo deficit di energia è stranissimo, per certi versi peggiore di stati come il sonno o l’ebbrezza alcolica. In uno stato d’animo militarmente occupato da fattori di malinconia, tutti insieme costituenti un micidiale esercito ostile, si verifica costantemente un autolesionistico sabotaggio delle chances di successo in un processo di avanzamento verso uno scopo. Con un gioco di parole si può dire che in tale situazione lo spazio dello scopo medesimo è occupato e usurpato da un’insensatezza che, altamente irrazionale, ha il masochistico potere di mettere sotto scopa le risorse della soggettività.
La malinconia del Tasso, il sole nero acquattato in un angolino della sua privata e provata interiorità, non riesce ad arrivare a un livello inclusivo di un patatrac nella sua corsa verso la gloria letteraria. Gli amanti della Letteratura, quelli che davvero la adorano con serietà gnoseologica, possono tirare un sospiro di sollievo ed esclamare, all’unisono: “Fiuuu!”. Torquato aspirante Grande è una nave che, nonostante i nei del suo carattere, va. Caparbio, tenace, determinato, il cuore motivazionale della sua attività culturale sa dribblare a priori il mezzo veleno che scorre nelle emozioni ch’egli prova come semplice uomo, quella pazzesca, autolesionistica felicità nell’essere infelice -ossimoro più volte associato a ogni malessere fondato sulla malinconia-.
Quest’uomo è protetto, come da un prodigioso usbergo, dal sacro fuoco della sua sublime ispirazione. Alta, altissima, corrusco paradigma di ottima manovra teoretica. Molto importante, in questa sua potente autodifesa, è l’autenticità della sua produzione poietica. La sua mente, nelle sue parti deputate a erogare energie squisitamente culturali, si tuffa in risultati che sente assolutamente fondamentali. Essa deve, perché deve, crearli, indipendentemente da ogni preliminare ed eventuale calcolo contenutistico. Da buon Grande, possiede un’ispirazione più forte della stessa aspirazione a…, così come è più forte del suo carattere con tutti i suoi evidenti limiti, e di ogni condizionamento che possa provenire dall’esterno, dalla società, dai poteri, anche religiosi, in auge. Lui, completamente immerso nel suo eccezionale genio, scrive parole che non può non scrivere, esse esprimendo la filosofica sacertà di contenuti indispensabili, indefettibili, rigorosamente necessari.
Questo atteggiamento è uno dei tanti tratti distintivi che contrassegnano un Autore eccelso rispetto a un normale letterato.
Il secondo scrive quello che può, magari partendo, nella genesi di una sua opera, da un soggettivistico e comodo obiettivo, e tenendo conto, nelle scelte che di volta in volta compie nella redazione del suo testo, di implicite sollecitazioni provenienti dalla società in cui vive e lavora. Costui, molto spesso, in quest’ultima sua caratteristica pecca di eteronomia, per esempio quando scrive tenendo conto dei contenuti e degli stili che possano più probabilmente procacciargli un facile e redditizio successo. Nel suo banale utilitarismo egli è “in funzione di”, ponendo in essere, nei risultati della sua penna, degli output, per così dire, di input partiti dal ‘sistema’ e arrivati nella sua mente sotto mentite spoglie. Essi sono espressione dell’egemonia di forze esterne e altrui, ma lui, lo scrittore normodotato, li vede come saggi criteri di un buon senso oltremodo opportuno.
Un Grande, invece, crea ciò che non può non generare, prescindendo, nei suoi superlativi exploit, sia da influenze esterne che da negativi venti interni, anche da quelli più nocivi, così riuscendo ad assurgere a vette di Qualità.
In Torquato Tasso il paradossale connubio fra la grandezza del letterato e la fragilità dell’uomo determina, all’interno della sua composita personalità, una struttura in certo senso binaria. L’ Autore sfreccia, a livello di fertilità creativa, nella ferace dimensione del suo talento, ponendo in essere risultati alieni da ogni filtro, ergo assoluti, fuoriusciti dalla sua mente senza condizionamenti, sia interiori che esterni.
Se il poeta fosse in osmosi con l’uomo sarebbe immediatamente depotenziato dalle tante sfumature negative della sua psiche. Sarebbe quindi, in tale ‘cattività’, anche psicologicamente torturato dalla paura degli altri, dalla sensazione -talvolta patologica, talaltra no- di essere nel mirino di nemici. Questa preoccupazione potrebbe interferire nella purezza delle sue composizioni. Egli, con un ubi consistam un po’ minacciato dalla mania di persecuzione, potrebbe innalzare in modo esagerato le sue autodifese, arrivando a penalizzare la qualità della sua scrittura in nome di uno spaventato principio di prudenza a priori. Se una tale ansia si intrufolasse nella realizzazione del suo capolavoro, la “Gerusalemme liberata”, potrebbe nuocere ai suoi endecasillabi, amputandone il primigenio, sorgivo contenuto per indurre l’autore ad alzare la guardia e proteggersi dalla ostilità ch’egli sente serpeggiare intorno alla propria soggettività. E il letterato potrebbe altresì, a parte il sentore di proditorie persecuzioni, cadere in balia della propria tristezza esistenziale, arrecando un nocumento allo spessore filosofico e letterario dei suoi versi.
Fortunatamente questo processo non accade, nella misura in cui, appunto, l’uomo e il poeta convivono sì nella stessa dimensione esistenziale, ma in aree distinte, come due coniugi separati in casa, coesistenti sotto lo stesso tetto ma, di fatto, ognuno per conto proprio, salvo un ‘minimo sindacale’ di faccende in comune e di interazione reciproca.
Il paragone -ovviamente mutate le cose che vanno mutate- con il matrimonio in (truccata) crisi regge soprattutto a livello di assenza, o comunque penuria, di un’effettiva qualità dei mutui rapporti.
Un marito e una moglie protagonisti di una forma larvata di divorzio, coesistenti nella stessa residenza ma non più amalgamati nel profondo idem sentire di due persone che si amano, possono comunque fare un sacco di cose insieme, magari per salvare le apparenze e non rivelare lo scoppio morale della loro coppia a chi guarda dall’esterno, però in queste interazioni non v’è qualità emozionale, non amore, non pathos, non chemistry, non cuori che battono in modo particolarmente estatico, non complicità: non…
Idem il discorso per le due concentriche facce di Torquato. Ovviamente queste due polarità, inerenti allo stesso uomo, hanno una marea di cose in comune. L’una e l’altra sono vasi comunicanti, mica due compartimenti stagni ognuno, rispetto all’altro, senza porte e finestre. Però la coabitazione, gli influssi reciproci, ogni concomitanza, ogni simultaneità, i trait d’union (fra ordinario essere umano e straordinario genio) non hanno profondità qualitativa. Lo stesso Torquato come uomo è in un modo, come letterato pare un’altra persona, come se il cuore del suo cervello abbia pigiato un pulsante deliberando il passaggio in un’altra e alternativa modalità.
Il Tasso dietro una scrivania, intento a vergare qualche endecasillabo, può ogni tanto stoppare la sua attività letteraria, mettendola in standby e iniziando a guardare il soffitto, con la sensazione di avere un groppo in gola, con un’irrazionale, depressa voglia di versare qualche lacrima, con una sotterranea angoscia, dovuta al sentire che gli manca molto qualcosa o qualcuno. Risorge il magone in questa desolata cesura nella sua creatività, che però dopo un po’ ritorna tale e quale a come era prima del break vagamente splenetico.
I due Torquato, gemelli incoerenti, sono nel medesimo spazio, vicinissimi nel tempo, ma diversissimi a livello qualitativo, e incuranti uno dell’altro. Il Torquato letterato non ha paura di niente e di nessuno, nella misura in cui scrive ciò che il suo talento gli detta, e la mano che verga versi adora come vangelo ogni diktat del suo estro. Nasce così, in questa metafisica spontaneità del suo élan poietico, il suo capolavoro.
Dopo averlo partorito, però, l’Autore Tasso si riavvicina all’uomo Torquato, e quindi anche alle sue paure, ai suoi lati deboli. Il motivo di questo riavvicinamento è, per certi versi, più che ‘matematico’: è addirittura tautologico. L’Autore Tasso è un siffatto Autore finché lo è, finché compone e scrive, in dolcissima e frenetica balia della sua sacra ispirazione. Quando il masterpiece è stato già partorito Torquato, non più operativo a livello creativamente letterario, e nei panni dell’uomo che è, ritorna a essere aggiogato dai suoi disturbi e comincia ad avere qualche problema nel gestire il suo lancio.
Comincia, per esempio, a temere di aver attentato a qualche dettame religioso, almeno agli occhi di spirituali Autorità chiamate a giudicare, anche a livello di purezza dell’ortodossia, il suo poema. Scrupoli, sensi di colpa, terrore di finire nel mirino di draconiane persecuzioni, il sospetto che qualcuno, anche ai piani alti delle Istituzioni, ce l’abbia con lui: ci risiamo, la fragilità dell’uomo torna in cattedra. Nasce forse così l’incredibile odissea che questo Capolavoro della Letteratura ha nelle prime fasi del suo viaggio nel mondo.
L’ Autore esita nel lanciarlo nel firmamento editoriale, vuole, con malevolo perfezionismo, ritoccarlo, aggiustarne le parti che secondo le sue ammalate paure possono procurargli grattacapi, sprofonda in irre orre. E mentre lui sprofonda, e mentre qualcuno lo rinchiude in un ospedale galera, altri, in slanci di pirateria editoriale, attendono a pubblicazioni dell’opera senza che Torquato le abbia preventivamente approvate.
In lui esplode un inferno di angoscia, vigliacchi senza un minimo di decoro hanno messo le mani sulla sua filiale creatura.
In questa selva di inganni e usurpazioni, poste artatamente in essere da chi ammira moltissimo il suo poema ma non lo rispetta eticamente, si inserisce la provvidenziale luce di Isabella Pallavicino, straordinaria donna, che si spende molto per aiutare questo Gigante dai piedi d’argilla. Ella si adopera, con finanziamenti di tasca propria, affinché la “Gerusalemme liberata” abbia una pubblicazione con tutti i crismi della correttezza, in primis l’avallo di chi l’ha generata. Nasce così un’edizione che rispecchia appieno il sacro volere del Tasso. E Isabella fa di tutto anche per la sua liberazione dalla prigionia di quell’ospedale. Prende a cuore la libertà di un Grande della Letteratura, italiana e non solo.
Nel cuore del Grande albeggia una splendida gratitudine verso questa campionessa di un importante mecenatismo. La sua riconoscenza è Luce. Una parte dei suoi raggi sono in un’opera ch’egli dedica alla sua benefattrice, un bellissimo sonetto, che si trova anche nella storica residenza della grande Isabella, la Rocca Meli Lupi di Soragna. I raggi di questa poesia splendono in mezzo alle tante mirabilia di questa incantevole dimora, come un piccolo Sole nei suoi beni culturali. Invio profonde ed emozionate lodi a questa eroina: grazie, meravigliosa Isabella, anche a nome di chiunque ami la Letteratura. E saluto, con affetto, il Maestro Tasso e l’amico Torquato. Sono felice di vederti nell’Olimpo dei Grandi.
Walter Galasso
