![TESTIMONE MONA PRENDE 3 IN CORAGGIO [Bozzetto 40; IMMAGINE IN EVIDENZA: “PAURA”, VICTOR VASARELY] TESTIMONE MONA PRENDE 3 IN CORAGGIO [Bozzetto 40; IMMAGINE IN EVIDENZA: “PAURA”, VICTOR VASARELY]](https://www.romacampodeifiori.academy/wp-content/uploads/2025/06/93a14d17-44e4-4554-b030-ff38d54b2a3a_g1_copy_1600x1600_copy_2813x2517-scaled.jpg)
DI WALTER GALASSO

Pippo Caloziani deambula ritmicamente, in una domenica gradevolmente baciata da un’amena dolcezza del clima, su un marciapiede a lato di Via Vaporetto. Il guaglione, un po’ vitellone e un po’ giovinastro -bazzica da sedici mesi in un famigerato centro sociale-, si fa notare anche perché porta seco una radio, accesa, ad alto volume. Per certi versi cagiona un inquinamento acustico dell’ambiente, ma il suo Io, vagamente anarcoide e menefreghista, se ne frega.
Egli, in una mentalità alla carlona, parte dal bacato presupposto che ognuno sia del tutto libero, in nome di una sacrosanta democrazia, di comportarsi ad libitum. Non vuole avere restrizioni etiche, ogni regola sociale, o anche semplicemente di buona educazione, lo stressa e indigna, gli pare un sopruso di stampo totalitario.
Cammina sprizzando spocchiosa ribellione da tutti i pori, mentre gli altoparlanti del suo dispositivo di high-tech emanano un gagliardo brano di rock duro, anzi durissimo. Si sta recando dalla sua ragazza, Silvia Jennifer, una squinzia che abita in un titanico falansterio, in un occidentale quartiere in periferia. Oggi si sta spostando a piedi, mentre quasi sempre va dalla sua dulcinea in sella alla sua Honda. La moto, con diversi problemi, è nell’officina di Geronimo, il suo meccanico di fiducia. Questo bravissimo tecnico, quando il giovane gli ha lasciato la sua amica a due ruote, demandandogli il compito di “guarire il suo raffreddore”, gli ha promesso che entro sabato prossimo essa sarà ritornata come nuova. Il cliente gli ha creduto, perché si fida ciecamente del mitico sor Geronimo, ed è contento che in fondo la riparazione accadrà in tempi relativamente brevi, però il fatto che fino al prossimo week-end egli sia senza il suo fulgido bolide -è un modello di grossa cilindrata, molto performante- lo innervosisce.
A piedi, nei panni di pedone, si sente depauperato d’una notevole parte del suo carisma malavitoso. Guidando la motocicletta ha la sensazione, come un mandrake su una sella, di essere l’amministratore delegato di tutta la Via Lattea, o l’epico capintesta di una micidiale gang del Bronx. Così invece, sfigato passante intento, come tanti, a spostarsi pedibus calcantibus, avverte, nella sua non equilibrata psiche, quasi un mezzo complesso d’inferiorità.
A un certo punto, nei paraggi di un malfamato bar -con la saracinesca abbassata, ché nei giorni festivi al titolare non passa neanche per l’anticamera del cervello l’idea di lavorare-, stoppa la sua promenade e si specchia in un finestrino di una berlina, parcheggiata vicino a un cassonetto dell’immondizia. Vuole vedere se la sua chioma tricologica sia o.k. al cento per cento. Fra un po’ s’incontrerà con la sua girlfriend, ci tiene a non recarsi spettinato all’erotico rendez-vous. Assiste alla narcisistica scena Gino Posire, un simpatico burino, che sta su un balcone, al secondo piano d’una palazzina abusiva -uno stabile che due anni fa ha beneficiato di un condono edilizio criticato, in modo politicamente asperrimo, da una trinariciuta pasionaria dem-, intento a fumare un sigaro. L’uomo, un borghese sulla cinquantina, si permette, reputando frivolo e assai vanitoso il comportamento del pischello, di prenderlo in giro. “Uè, sbarbatello, e non ti guardare troppo, ché il vetro si può spaccare, e poi ti tocca scucire quattrini. Sei fico, sei fico, non c’è bisogno di ammirarti allo specchio!”.
Mister Gino lo sfotte senza cattiveria, vuole solo giocare con le parole, e non si perita di prenderlo per i fondelli anche perché crede che, data la sua maggiore età, possa permettersi questo ed altro in un’interazione con quel ragazzo. Pippo, però, non è dello stesso avviso. Su due piedi, di primo acchito, valuta le parole di quello sconosciuto uno sgarro, un’imperdonabile mancanza di rispetto nei riguardi del suo onore. Scevro della savia capacità di saper contare fino a mille in una situazione di fastidio causato dal prossimo, impregnato di un’inconsulta ed esagerata voglia di vendetta, reagisce con effervescente e antipatica guapperia. “Stammi a sentire, matusa. Io non t’ho mai autorizzato a prenderti confidenza. Io e te non abbiamo mai mangiato alla stessa tavola. Ti do un consiglio, da gran fico a mezzasega: non ti allargare, ché potrei perdere le staffe”.
Inizia un elettrico diverbio a distanza. L’altro, non disposto a tenersi quell’affronto, comincia a dirne di ogni, e questa volta il tono è diverso, il suo sguardo è una mutria aggressiva, i suoi occhi, mentre fissano quel criminale da quattro soldi, paiono due simboli, gemelli, di aggressività. Gli dice pure “Abbassa la cresta, giovincello, non ti comportare come un grande uomo, ché sei solo un moccioso che ancora ha tanto da imparare, soprattutto da una persona più grande”. Il bersaglio di questo minaccioso pistolotto, esacerbato nel suo iracondo astio, rompe ogni indugio e invita l’avversario a scendere, per regolare i conti con le maniere forti. La tenzone, nata da uno scherzo, rischia evidentemente di degenerare.
Le assiste il signor Paolo Calfetta, che sta casualmente transitando da queste parti. Ha da poco ultimato un banchetto pantagruelico, ospite dell’esimio dottor Pantaleo Piono, che, anfitrione in vena di un beau geste, ha invitato lui e molti altri amici offrendogli un menu costosissimo. Paolo ha divorato un sacco di squisite pietanze, leccornie da leccarsi i baffi, dall’antipasto al dessert finale -questo scroccone ha fatto in diversi momenti il bis-, e alla fine dell’abbuffata s’è sentito quasi male, tant’è che, per smaltirla almeno parzialmente, ha deciso di fare quattro passi. Passato dalla dimensione indoor all’aria aperta, per fare sport e al tempo stesso rilassarsi, adesso si ritrova coinvolto, sia pur passivamente, in una situazione zeppa di tensione.
Se il cozzo fra quei galli peggiori, se puta caso la polarità più adulta accetti il guanto di sfida, scendendo per iniziare a fare a botte con il nemico, Paolo, nei panni di testimone oculare di un duello che non si sa come possa andare a finire, può andare incontro a grattacapi. E se la battaglia va a finire male e lui viene chiamato in un’aula di un tribunale, come testimone? Non sarebbe, bene inteso, chissà quale problema, ma lui preferisce restar fuori a priori da delicati processi giudiziari.
L’uomo, con un atteggiamento che non gli fa onore, affetto da una disdicevole vigliaccheria, si allontana a gambe levate. Una fuga -agli antipodi di un corrusco eroismo sociale- che merita un brutto voto in pagella. Testimone, mona, prende 3 in Coraggio.
Walter Galasso